
giovedì, 05 aprile 2007
-2 A Milano ricominciai con ciò che sapevo fare, l’unico mestiere fatto per quelle come me. Avevo bisogno di soldi e il motel dove avevo preso ad abitare ne succhiava un sacco. Avevo paura, in strada ci andavo poco e se quelli che si fermavano non mi convincevano non salivo sulle loro auto. Non volevo rischiare e stavo lontano anche dalle zone più trafficate per il timore che qualche magnaccia volesse ingaggiarmi nella sua concessionaria di auto truccate. Facevo la fame, finché conobbi Mario, professore universitario pervertito ma non troppo, stronzo e inopportuno, ma in fondo generoso, che aveva una madre anziana a casa, un fracco di soldi da spendere e una sola voglia: vedermi nuda mentre mi masturbavo. Facile accontentarlo nella squallida stanzetta del motel e contemporaneamente chiedergli di leggere qualche mio raccontino. Scontato il suo entusiasmo per le mie storie senza né capo né coda. “Non farmi complimenti Mario, tanto lo sconto non te lo faccio!”, dicevo io. Ma lui parlava sul serio e mi trovò anche un contatto, quello con la casa editrice romana che mi ha portato in giro per anni, assicurandomi la pubblicazione dei miei scritti in cambio di mie collaborazioni come editor. Pochi soldi, ma dovevo mettere a frutto il mio talento per le parole correggendo i testi dei più fortunati, o raccomandati “colleghi” scrittori. Prima o poi sarebbe toccato anche a me pubblicare, dicevano. In realtà non faceva comodo una transessuale che scriveva storie d’amore d’altri tempi. Mi sento portata per i romanzi d’amore, stile Harmony ambientati nell’800 o sotto le due guerre, con quei contesti romantici e sfortunati a fare da contraltare a sentimenti forti, puri e complicati. Mi hanno illusa per anni, ma alla fine ci sono arrivata da sola alla verità: niente libri da pubblicare, solo una collaborazione come editor o copy e, in certi casi, di ghost writer. Io sognavo ad occhi aperti, e comunque era una buona occasione per me che non avevo nulla da perdere, così mollai tutto di nuovo, quel poco che avevo nel motel milanese per approdare al sole di Roma, dove ho vissuto fino a pochi mesi fa. Il lavoro come editor da casa non bastava, ovvio, con quel poco che pagavano (a cottimo, come con i bambini indiani che cuciono palloni) e le sempre più scarse prospettive di lavorare seriamente con loro. Mi capitò un’occasione per debuttare in un night club. Niente prostituzione, solo show! Mi sono esibita per tanto tempo tre sere a settimana come lapdancer, in mezzo ad arrapati, curiosi, nuovi amici e spregevoli caricature di uomo. Non è mancato qualcuno che mi ha offerto lauti guadagni in cambio di una isolata prestazione sessuale. E io ho accettato, che mica si trovano per strada i soldi! Una casetta in affitto in periferia, i miei genitori ad appena 150 chilometri, da andare a trovare una volta al mese per riallacciare un freddo ma necessario rapporto, l’iscrizione all’università per fare qualche esame ogni tanto se l’imbarazzo non è troppo. Per completare l’idilliaco quadretto qualche selezionato cliente: persone rimorchiate al club, innamorate della mia danza allusiva, desiderose di trasgredire a quella vita troppo normale per non essere noiosa. Io avevo un bisogno incessante di arrotondare i magri guadagni e allo stesso tempo coltivare un’insana passione: la mia fosca e movimentata esistenza caratterizzata da interventi chirurgici per avvicinarmi al modello che non raggiungerò mai. Un modello al quale mi sono accorta di non volere neppure più assomigliare. Una vita descritta alla rinfusa tra queste righe, nelle pagine virtuali di un blog doloroso ed eccitato. Quando il bisogno di denaro si è fatto impellente, dopo l’improvvisa operazione al seno, sono tornata a concedermi senza riserve, ricevendo per lo più in casa, avvalendomi della popolarità acquisita con le mie esibizioni al night e guadagnando non poco. Quello che mi serviva per scappare ancora, questa volta da chi intendeva mettersi sotto contratto riducendo, però, la mia libertà. Perché questa tardiva confessione? E’ Wolf a costringermi a guardare indietro. L’abbiamo fatto entrambi per metterci a nudo e vedere che si può fare di questa reciproca attrazione, di una storia che vuole decollare senza che noi passeggeri possiamo assicurarci a delle cinture. E’ un volo senza una meta il nostro, manca un pilota esperto, il motore è stanco e usurato, ma orgoglioso. Non c’è alcuna comodità durante il viaggio, non passano neanche la colazione, è costante il timore di un dirottamento da parte di qualche malintenzionato. Io del resto sono estranea ad una storia che non si chiami “abuso” o mercificazione e Wolf è spaventato, ma non vuole ammetterlo, per quel che prova e le conseguenze che ciò può avere nella sua vita. Si tratta di decidere cosa vogliamo fare di noi due: io sono tentata di fuggire di nuovo, del resto l’ho fatto tante altre volte, rifugiarmi in me e nei tanti sogni che coltivo. Magari preparandomi ad un nuovo viaggio, sempre più lontano da quello che può farmi del male, o felice. La realtà di un amore nuovo, incolume e preoccupante preme, mi vorrebbe sull’aereo, in volo verso una terra lontana e misteriosa. ![]()

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martedì, 03 aprile 2007
-3 La sua mano è sul mio seno, il mio viso sfiora i peli radi del petto. E’ buio e io sono inebriata del suo odore buono. Non ho alcuna intenzione di accendere la luce e guardarlo negli occhi. Ho il terrore di scoprire compatimento, orrore, ribrezzo. Gli ho appena raccontato della mia vita da puttana, di ciò che ho fatto e subito in dieci anni vissuti pericolosamente. Lui mi stringe forte e appoggia le labbra turgide sulla mia fronte poi parla e quella frase detta con apparente noncuranza trafigge il terrore che mi ha sempre trasmesso il pensiero di qualcuno che mi sussurra piano: <I love you…>. Inghiotto la saliva che mi vuole tappare la gola, mozzo il respiro perché forse penso che non ho capito bene, ma la sua stretta è inequivocabile, più delle parole che ha appena pronunciato. E allora voglio sapere tutto adesso, cosa nasconde quella sua aria misteriosa e turbata, gli occhi scuri e profondi perennemente velati di malinconia. Lui sospira, non muove un muscolo e non accende l’abatjour. Bene, le storie devono essere raccontate così, nel buio più pesto, dove le immagini, belle e brutte, si formano nella mente senza essere turbate dalla forma delle cose intorno a noi. E Wolf mi racconta di sé, di quando da bambino sua madre e suo padre andavano d’accordo ma non troppo. Di un papà cattolico che era cresciuto in un collegio e si era sposato giovane per colmare quel bisogno di famiglia che non aveva mai avuto. Quel di cui aveva bisogno quell’uomo fragile era qualcos’altro però, non certo la responsabilità di una moglie e due bambini. Prese presto, infatti, ad uscire di sera, ad accampare scuse e accumulare bugie, fino all’evento di rottura che lo fece scomparire dalle loro vite. Wolf, sorella e mamma dovevano andare dai nonni per il weekend, mentre il papà restava a casa perché aveva un turno di lavoro al sabato mattina. Ma il venerdì sera, la mamma di Wolf si accorse di aver dimenticato le medicine per il diabete a casa e il marito, chiamato a percorrere i 25 chilometri che separavano le due abitazioni per portarle, non rispondeva. La donna, maledicendo il consorte, saltò sull’auto insieme al figlio e tornò a casa. Trovarono il giovane e fragile papà di Wolf con i collant della moglie sulle gambe pelose, mentre si faceva inculare da uno sconosciuto muscoloso. Lei fu lesta a chiudere a chiave il bambino nella sua stanza, ma le urla che udì lo segnarono per sempre. Rivide sue padre altre tre o quattro volte, poi ne perse le tracce. Sparì dalla loro vita. Wolf mi racconta questa storia con pudore e freddezza e a me scappa una lacrima. Lo abbraccio più forte, bacio le sue labbra calde. <Forse ti sei sentito attratto da me a causa di tuo padre e di quello che hai visto da bambino… sei rimasto traumatizzato>, dico sottovoce pensando che lui non mi vuole davvero, desidera solo quella parte di me che gli ricorda la figura paterna così pallida e vacillante. <Non mi psicanalizzare...se è così ben venga ciò che ho visto tanti anni fa… più ci frequentiamo più mi accorgo di volere te, non mi importa di come ti definiscono e quello che possono pensare gli altri, io desidero te e tutto il resto non ha importanza>. Lo bacio ancora, faccio scivolare la mano sul torace magro fino ad afferrarlo dove lui sa e faccio ricominciare la nostra inusuale danza.

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mercoledì, 28 marzo 2007
Non sono una ragazza e questo lo sai…sì, ok, di certo non sono un uomo, non ho la barba, ma non è questo il punto. E’ bene che tu ascolti senza interrompere questa storia, poi mi dirai che ne pensi, ok? Dunque, vengo dall’Abruzzo e questo te l’ho già detto, io nasco ragazza intorno ai vent’anni, quando ho iniziato a tempestarmi di ormoni per far uscire da sotto la pelle quel che sentivo da tempo di essere. Ero stanca dei sorrisini, delle offese, delle botte di quelli che mi chiamavano “checca”, “mezzafemmina” e usavano altre amenità per rendermi uno schifo l’adolescenza e l’infanzia. Sono sempre stata un ragazzo effeminato, attratto da ciò che “doveva” essere preda esclusiva del genere femminile. Sì, le bambole, che i miei non hanno mai voluto comprarmi (figuarati!), e mi picchiavano se osavo anche solo chiedere qualcosa del genere. Ma non solo. Mi rendevo conto di essere drammaticamente diversa da tutti, distante palmi e palmi dai ragazzini puzzolenti di sudore e le femmine pettegole. Mi consideravo un mostro e loro erano attenti a evitare che pensassi di me in modo diverso. Quando capii ciò cosa volevo ero maggiorenne e intrapresi un percorso da cavaliere solitario, con il solo sostegno di un medico compiacente e nessun altro. Ovviamente i miei genitori, cattolici e fanatici, tentarono di dissuadermi, buttavano le confezioni con gli ormoni, portavano in casa il prete che “doveva” convincermi che io ero maschio e non ero tenuto a rovinarmi la salute perché il buonsignoredeicieli mi aveva fatto uomo e tale dovevo rimanere e partecipavano alle riunioni di preghiera per ricattare nostrosignoregiesù e costringerlo a far di me un vero uomo. Pensarono bene di minacciarmi: “o la pianti subito o te ne puoi anche andare!”. E fu la frase che determinò la scelta di lasciarli soli, senza l’ingombrante peso di un figlio indefinibile. Il mio viaggio iniziò così, di città in città. A Roma cominciai con qualche lavoro saltuario, ma non riuscivo a concludere niente e sopravvivere non mi bastava. Scoprii che c’erano zone dove ci si poteva appostare di notte per rimorchiare camionisti e gente di passaggio. Io davo il culo e loro ricambiavano in denaro. Ero ancora un ometto all’epoca, non osavo vestirmi da donna. Poi un “collega” mi parlò di Londra, delle meraviglie della città e della possibilità di diventare donna davvero. Presi i miei quattro stracci, i due soldi che avevo e partii. A Londra conobbi Wonda, anche lei novellina e iniziammo insieme il mestiere più vecchio del mondo: “la zoccola”. Fu dura agli inizi, ma noi eravamo caparbie e ci aiutavamo l’un l’altra: io ero quella con la testa sulle spalle, razionale, fredda e un poco pessimista, e lei quella allegra e sorridente, l’altro lato della mia medaglia. In breve ci facemmo conoscere e riuscimmo a costruire un bel giro di clienti fissi. Ci andava bene, si guadagnava parecchio perché eravamo giovani e ci sapevamo fare. Mi travestivo da donna per la prima volta e fu l’inizio vero del mio percorso. Che soddisfazione tirarsi a lucido, truccarsi, scegliere le scarpe da indossare, tingersi i capelli… cominciavo a sentirmi a mio agio con me. E non è poco! Con i soldi accumulati snocciolammo un rosario le cui preghiere erano: “elettrocoagulazione”, “lifting delle sopracciglia”, “rinoplastica”, “chirurgia plastica facciale”, “riduzione della fronte”, “rimodellamento della mascella”, “riduzione pomo d’adamo”, “mastoplastica additiva”… Ti fa paura Wolf, eh? Cominci a preoccuparti… …non negare, mi rendo conto che non ho avuto una vita esemplare…sapessi quante volte io e Wonda abbiamo derubato clienti sprovveduti e facoltosi… le operazioni costavano parecchio e per noi ogni occasione era buona per inseguire il nostro sogno. Mi chiedi perché poi sono tornata in Italia? Cosa mi ha spinto? Io non ero una puttana qualunque, ma di quelle più pericolose, ero ambiziosa…>![]()
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giovedì, 15 marzo 2007
-quartotempo- Wolf è simpatico e conferma quanto promesso. E’ indiscutibilmente intrigante e attraente, con i suoi occhi neri, i capelli corti sottili e scuri, la carnagione chiara ma non slavata e un corpo flessuoso e definito. C’è qualcosa che non riesco a cogliere però e mi crea ansia. Cerco di appurarlo chiedendogli di lui. Mi rivela di aver perso il padre da qualche anno in un incidente d’auto, di vivere con la madre e la sorella in un appartamento piccolo ma dignitoso. La madre insegna alle suole primarie. Si mangia bene, io cerco di non ingozzarmi, mostrandomi educata più del necessario. Lui ogni tanto mi lancia occhiate eloquenti. Sembrerebbe desideroso di scoprire il mio segreto, quando per “segreto” intendo l’arnese da scasso che ho in mezzo alle gambe, ma è bene capire e appurare, ne ho avute di brutte esperienze e non canto vittoria dopo una semplice, complice occhiata. In questi casi meglio andare subito al sodo e mostrarsi non troppo ingenua: <Senti Wolf, scusa la franchezza, ma tu inviti spesso le trans a uscire?> Lui mi guarda sgranando gli occhi profondi, smette di masticare, poi guarda nel piatto e inghiotte. Prende il tovagliolo, si pulisce le labbra, lo posa e torna su di me. <Io sono molto attratto dalle persone transgender, ho avuto una ragazza che aveva da poco completato il percorso qualche anno fa, ma sono stato anche con ragazze nate femmina, se è questo che vuoi sapere…> <Sì, beh, sai, se Alan ti ha raccontato qualcosa di me, sai anche che sono prudente e pure un po’ stronza…> <Non sei stronza, sei attenta a te stessa e questo è un bene. Rischi di essere più vulnerabile degli altri, è giusto che ti tuteli> <Sì, ne ho passate abbastanza…> <Io non ho intenzione di approfittare di te, su questo puoi stare tranquilla…> Sorrido, ma la spiegazione di Wolf non è sufficiente. Torno all’attacco: <Tu sai che là sotto – e con gli occhi indico inequivocabilmente il mio pisello – ho i genitali maschili, vero?> <Ascolta Seria, io non so se io e te siamo fatti l’uno per l’altra, ma se mi rendo conto che posso innamorarmi di te, tu mi piaci per come sei, con tutto quello che hai là sotto, capito?> <Questo vuol dire semplicemente che io sono attratto dalle persone e non da quello che hanno sotto i vestiti> Bella risposta lo ammetto, ora basta però. Caccio suor orsolina bigotta dentro di me, in fondo all’animo, tra le pieghe della coscienza, mi mostro serena e riprendo a mangiare di sana lena. Anzi no, non ingozziamoci che fa tanto scostumato.

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giovedì, 08 marzo 2007
-primotempo-
Wolf (nome di fantasia attribuito da me vista la sua natura solitaria) è un frequentatore atipico del sexyshop in cui lavoro di notte. Vestito di nero, sempre solo, sguardo magnetico e malinconico, caruccio e anche fisicamente ben messo è di quelli che sembrano capitati lì per caso, alla ricerca di qualcosa di preciso che non riescono a trovare.
La prima volta che l'ho visto ho pensato avesse sbagliato locale, forse stava cercando il pub due metri più in là, ma poi è tornato più volte, una media di tre sere a settimana per un totale di sei volte. Non ci avevo mai scambiato parola, io, commessa intenta a far pagare ai laidi mascalzoncelli che acquistano furberie erotiche o ad accertarmi che nessuno si freghi il prezioso materiale, a guidare nell'angusto corridoio gli animali da cineporno. Ma Wolf mi ha da subito attratto, scuotendo gli ormoni femminili che ho in circolo da tanto tempo.
L'altra sera ha atteso un momento in cui non ci fosse nessun cliente per avvicinarsi alla cassa. Nel mio cervellino sono volati diecimila pensieri contrastanti: "vorrà pagare qualcosa?", "è un ladro?", "è un maniaco?", "un profittatore di donzelle?" (in quest'ultima confesso, da vecchia sporcacciona, che ho sperato un bel po').
Si è piazzato davanti a me, mi ha guardato qualche secondo con due begli occhi magnetici, poi in inglese perfetto, ma con voce profonda e chiara e senza inflessione:
<posso chiederti una cosa?>
<Ma certo...>, faccio io in un sussurro di voce sempre troppo maschia.
<Ti ho notata fin dalla prima volta che sono entrato qui per caso...>
<Sì....>, voce sempre più sussurrata. Seria, cazzo, scuotiti, sei sempre un uomo in mezzo alle gambe, caccia fuori quegli attributi!
<Mi piacerebbe uscire con te>, afferma lui, espressione impassibile e voce sicura. Frasi dirette come adoro in un uomo che sa quel che vuole. Io cerco di riprendere il controllo, non è possibile che questo maschione mi voglia, forse non ha capito che non sono una donzelletta versione automatica, ho il cambio manuale io, è meglio indagare un po'...
<Ma tu non sai nulla di me...>
<E' un problema?>
<Magari lo è per te... vedi, io non sono propriamente quel che si dice una 'ragazza perfetta'>, sorrido come una scema. Seria, togliti quel sorriso ebete dalla faccia!
<So come sei, ho preso le mie informazioni. E ho ancora più voglia di uscire con te>
Ossignore, è un sogno, un'allucinazione?
<E cosa suggerisci?>
<C'è un sera in cui sei libera?>
<Venerdì lavoro qui di pomeriggio e finisco alle sette...>
<Allora ti vengo a prendere. Penso a tutto io>
<Ma io non so neanche come ti chiami!>
<Wolf, io sono Wolf. Tu invece sei Seria, giusto?>
<Come lo sai?>, ecco, questo è un maniaco, era troppo bello per essere vero. Si è sputtanato dopo manco due minuti il pollo...
<In queste serate passate qui ho sentito un mucchio di cose. So che ti chiami Seria e ho capito che sei speciale> ... i puntini di sospensione li metto io, lui non ha alluso a nulla, ha capito e basta.
<Ah - resto a bocca aperta, affascinata e cogliona - e quindi, io ti interesso?>
<Sì. A venerdì allora. Ciao>.
Ed esce così, accennando un sorriso, con quel bel paio di pezzi di carbon fossile al posto degli occhi che mi puntano diritto al cuore. Io, cretina cui bastano due complimenti per farmi calare le braghe, l'ho seguito con lo sguardo, ho dato un bell'8 al culetto sodo che mi ha mostrato e ho pregato fino all'ultimo che non fosse un pio sogno dal quale svegliarmi tutta bagnata.

mercoledì, 21 febbraio 2007
Cara Seria,
mi chiamo Claudio e non so neppure perchè mi trovo a scrivere a te, forse perchè mi ha coinvolto la tua storia, il coraggio con il quale hai affrontato la vita, fatto sta che avevo una gran voglia di parlarti di me e ora ti invio questa mail. Io ho 25 anni, e sei mesi fa mi ha lasciato la ragazza con la quale stavo da sette. Ci siamo messi insieme in quarta con la Stefania e siamo stati inseparabili per tutto il periodo dell'università, fino a quando lei si è laureata prima di me e ha trovato subito lavoro.
Mi ha mollato per il suo principale, di dieci anni più vecchio di noi e pieno di soldi. "Sai Claudio, io ormai di vedo come un fratello minore, lui invece è un uomo", ha detto lei trattandomi come un coglione. Da allora ho smesso di studiare e passo le serate a bere con gli amici, un giro losco di gente drogata e dedica a traffici strani. Mi ci sono avvicinato tramite studenti amici e così ho cominciato a sbronzarmi tutte le sere e mescolarei insieme pasticche e altra roba. Passo il mio tempo sballato e di fare gli ultimi tre esami per diventare ingegnere non se ne parla proprio, per adesso. Mi fa troppo male il cuore e l'orgoglio brucia. Mi ha trattato da merda ed è meglio non persare troppo.
Ma perchè ti sto raccontando queste cose? Tu puoi davvero capirmi senza giudicarmi?
Claudio
Io non ti condanno, ma non ti assolvo. La tua Stefania è stata una stronza, ne convengo, ma capita (è una storia vecchia come il mondo) che due ragazzi che crescono insieme ad un certo punto si allontanano. E' stata lei a rompere il filo che vi teneva uniti, d'accordo, ma tu davvero non ti eri accorto che le cose tra voi non andavano più bene? Io non ho una gran esperienza di storie "convenzionali", sono sempre stata ai margini della vita, come ogni buon transessuale deve fare, ma non posso fare a meno di guardare con severità la tua scelta di buttarti via. Capisco lo smarrimento, il dolore dei primi momento, ma gliela dai vinta se ti riduci ad una larva per una persona che intanto si gode la vita.
Prova a chiederti se tu non hai dato per scontata la sua presenza, considerando lei un punto fisso della tua vita e poi magari giudica. Se puoi, non farlo, visto che vuoi che per te venga riservato lo stesso trattamento. Io sono l'ultima che può parlare di amore: ma l'amore deve essere innanzitutto rivolto a noi stessi e poi può aprirsi verso l'alterità. Un abbraccio.

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martedì, 12 dicembre 2006
L'ignorante
- Mmmm...ciò che mi piace di più di te sono queste cazzo di tette, tutte da succhiare!!! -
- Sì, ti piaccino eh?! Sono rifatte bene, vero? -
- Bleahhhh...come rifatte?! -
- Ma con chi credi di stare scopando, scusa?! -

L'imbranato
- Allora, cosa vuoi fare? -
- Ehm....ecco... -
- Su, su, non ti vergognare, dimmi come vuoi farlo.... -
- Ma veramente, non so, sai è la prima volta che vengo da una come te... -
- Sì, appunto, se mi hai cercato è perchè hai un desiderio nascosto da soddisfare... -
- Sì, ecco, non so, io ... -
- Va bene, ho capito, sdraiati sul letto. A pancia in giù! -

L'incontentabile
- Seria, sei meravigliosa. Io lo voglio rifare. -
- D'accordo. Quando? -
- Oraaaaaa, ti voglio oraaaaa... -
- Sei incontentabile. Va bene, però saliamo di prezzo, amore -
- Uno sconticino? -
- Stella, i saldi cominciano a gennaio, non sotto Natale! -

sabato, 02 dicembre 2006
La decisione è presa: Seria scomparirà da Roma, per apparire altrove e ricominciare. Come è già accaduto altre volte.
E ho bisogno di soldi, che i miei se ne sono andati tutti per l'intervento al seno. Non credo più alle promesse della casa editrice, non pubblicherà mai quel libro che giace nel mio cassetto e nei loro archivi. Il loro unico interesse è sfruttarmi. Come vogliono fare anche quelli che intendono farmi firmare un infausto contratto per una serie (infinita?) di film pornografici. Io non voglio, ma loro sanno essere convincenti e se non voglio passare un guaio devo affrettarmi a sparire.
E per fare soldi sono tornata a fare attivamente ciò che meglio so fare: la zoccola. Al club ne raccolgo tanti di disperati, vogliosi, pervertiti che cercano quello che solo io posso dare loro. E di buon grado accetto, abbassando gli alti prezzi che praticavo di solito, quando mi piccavo di concedermi in rare, bisognose occasioni, come una madreteresa che si mostra generosa ma non troppo.
Non sarà niente di grave se per un po' mi lascio andare, mi butto nella mischia pur di arraffare il più possibile. In fondo, si tratta solo di stringere i denti per qualche ora quasi ogni notte, recitare una parte che conosco a memoria e intascare lerci quattrini spintonando l'insano cliente fuori da casa.
Quando al mattino dopo guardo il mio letto disfatto, sporco, odoroso di fragranze sconosciute, non mie, sgradevoli, mi viene da vomitare e non di rado cedo buttandomi carponi sulla tazza del water, puntellando con i gomiti il busto nudo e reggendo la fronte con le mani. Poi, sotto la doccia sfioro quel cazzo che in tanti vogliono sentire dentro, accarezzo il culo che alcuni amano penetrare e mi rendo conto che se voglio trasformarmi ancora, rompere la crisalide e far uscire quello che ho dentro devo raccogliere più energie possibile, lanciarmi nel vuoto e volare. Tanto il cielo non finisce. Mai.

mercoledì, 15 novembre 2006
...continua da qui. Lui si alza lentamente dal divano e va verso di lei, ancora appoggiata alla porta. Si stira con le mani la giacca nera che indossa sotto un cappotto raffinato dello stesso identico colore, mentre fa schioccare il collo piegandolo prima a destra e poi a sinistra. Lei si appoggia alla porta, poggia la mano sul pomello, pronta a girarlo per uscire e fuggire. “Ascolta, io non ho deciso nulla… voglio solo pensarci ancora un po’, capito?” Lui non risponde, ma scuote leggermente la testa con un sorriso malizioso sulle labbra. E’ subito dinanzi a Seria e le prende la mano che era sulla maniglia portandosela al petto “Tu mi spezzi il cuore”, ma quella frase sembra più una minaccia che una dichiarazione. “No, guarda che…”, ma non termina la frase che la sinistra dell’uomo l’afferra alla gola e stringe, mentre il busto si schiaccia sul suo torace. Seria non riesce a respirare, sente avvampare il viso e gli occhi premere fuori dalle orbite. –Ecco, questo mi ammazza -, pensa e in un istante valuta tutte le opportunità per difendersi. Non c’è scampo però, l’uomo, di cui avverte tutti i muscoli sotto i vestiti costosi, non le dà modo di muoversi di un millimetro. Sente mancarle l’aria e quando comincia a vedere stelline colorate davanti a sé lui parla con voce indifferente e vuota. Professionale e dura. “Questo è un semplice avvertimento, ragazza. La proposta è ottima per te, nessuno ti vuole imbrogliare, devi solo evitare di prendere in giro il presidente e fare la scelta giusta, capito?” La presa sul collo si fa più insistente e lei avverte chiaramente il blocco totale d’aria. Ancora un po’ e qualcosa si romperà nel suo collo. “Non ti hanno insegnato l’educazione a scuola? Mi devi dire se hai capito”, dice lui a bassa voce e occhi gelidi. Seria si sforza di parlare, ma non esce alcun suono dalla bocca. Allora china lievemente la testa, con un movimento appena percettibile e provando fitte di dolore al collo e alla nuca. Lui si accorge dell’accenno di assenso e sorride compiaciuto. Resta ancora un paio di istanti con la presa sul collo e il corpo schiacciato su quello di lei, poi lascia improvvisamente la presa e si scosta di qualche centimetro. Seria si affloscia a terra cercando di prendere aria ed emettendo un suono rauco come un lavandino appena sgorgato che risucchia un’imponente massa d’acqua. L’uomo non la degna di uno sguardo, apre la porta spingendola contro il corpo di lei a terra. Esce e la lascia aperta. Seria allunga faticosamente un piede e la richiude, mentre sente i rintocchi dei tacchi da uomo che scendono per le scale vuote. Resta a terra alcuni minuti, il respiro si fa via via più regolare e sente la pelle del collo bruciare sempre di più e un dolore sordo e crescente in gola. Si appoggia alla porta per fare leva e tirarsi su. Barcolla vistosamente e a stento riesce a chiudere la serratura a doppia mandata e fare qualche passo per arrivare al divano dove prima c’era l’ombra scura del suo aggressore. Si siede lentamente, guardando davanti a sé e facendo attenzione a non muovere la testa dolorante. Allunga le gambe, e si sdraia tenendosi il collo con entrambe le mani. Appoggia la testa su un cuscino rosa ricamato di azzurro tra gemiti e lacrime che prendono ad uscire copiose. Chiude gli occhi e il nero diventa un buco profondissimo e senza immagini. Il mattino la sorprenderà in quella posizione, a pancia in su, le mani ancora avvolte sotto il mento e un gran freddo addosso.

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martedì, 31 ottobre 2006
Colta da abnorme nostalgia per una chicca donata al caro amico Superfake e bellamente ignorata dai più, mi accingo a riproporla tra le pagine del mio blog, certa di far cosa gradita anche al mio collega, il di cui spazio così può ricevere qualche estimatore in più.
Libero i lacci della mia permanenza a terra. Cammino leggera per la strada, sicura di me. Qualcuno si volta a guardarmi mentre ticchetto allegramente sull'asfalto scrostato dei marciapiedi di Roma. Io non mi chiedo, anzi non voglio domandarmelo, se gli occhi puntati addosso dipendono dalla mia avvenenza o da qualche lineamento mascolino che crea dubbi e genera curiosità melliflue.
Mi sorge un dubbio e sbianco leggermente al pensiero che dalla minigonna che ho indossato possa mostrarsi qualcosa. Abbasso allora lo sguardo ed effettivamente una sporgenza sospetta e quantomai piena riempie il sotto ventre arricciando drammaticamente il tessuno raffinato della gonna.
Ora comprendo bene il motivo per il quale in tanti, uomini e donne, abbassano lo sguardo, inarcano le sopracciglia e restano a bocca aperta al mio passaggio: come si può andare in giro per Roma con la gonna tutta arricciata?

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venerdì, 01 settembre 2006
Sei quello che alla festa mi fissava e io fingendo ingenuità arrossivo e abbassavo lo sguardo facendo la puttanella. Mi hai rivolto la parola, con frasi brevi e dirette, accento marcato e poca cultura da esibire. Io, bisognosa di chiacchierare vivaci con un uomo dopo un periodo piuttosto lungo di problemi personali ho colto la palla al balzo e ti ho dato corda. Così siamo usciti qualche volta, mi hai accompagnata in giro per sentieri, quando il tuo lavoro di benzinaio dell'unica stazione di servizio della montagna te lo permetteva, o al pub di sera, per una cioccolata calda in mezzo ai turisti. Sei stato gentile, e io, avvolta nei maglioni larghi per nascondere la mia deformità, sono stata felice di godere della tua compagnia. Un giovane bello, di poco più di vent'anni, con il futuro già scritto passato a riempire di gasolio e super le auto di chi arriva o parte da queste vette. Confesso che qualche volta ho immaginato una possibile vita a due tra la neve, il sole e gli animali e mi ha allettato l'idea di una vita semplice. La famiglia che mi ospitava ha cercato di ignorare la nostra amicizia, poi G. ha preso il discorso e mi ha messo in guardia: non dovevo illuderti, lasciando credere ai tuoi occhi ingenui di avere a che fare con una puledra, mentre sono solo una iena. "Siamo solo amici", ho ribadito fintamente scandalizzata e i giorni sereni sono continuati. Fino a quella sera. Avevo notato nei tuoi occhi lampi particolare, diversi, brillanti di una consapevolezza nuova in certe occasioni, ma li avevo scambiati per affetto e ironia. In fondo, l'ingenua sono io. Quella sera, dopo una sapiente birra siamo saliti in macchina per intraprendere la stretta strada che si inoltra nel bosco e conduce alla baita. Tu eri silenzioso come al solito, io, complice la birra, ridevo e scherzavo. Il mio radar però era sempre all'erta e si accese istantaneamente quando decidesti di prendere un sentiero insolito. "Ti devo parlare", sentenziasti tu, "sai, io mi sono accorto che c'è qualcosa di diverso in te rispetto alle altre ragazze...sei particolare". Particolare, come no! "Giuseppe, noi siamo amici, meglio lasciar perdere questi discorsi e andare a dormire". "No, no, io voglio capire...mi sento strano". Intanto la tua mano ruvida aveva deciso di accarezzarmi la gamba e io, innocente sgualdrina di città ho sentito un brivido che non provavo da tempo. Mi hai acceso di desiderio, ma possibile che non ti eri accorto che non ero una ragazza completa e mi mancava addirittura un seno? Tordo fino a questo punto? "Giuseppe, io non sono come le altre, non so se lo hai capito. Non voglio rovinare questa serata, dai, ritira la mano", mentre allargavo impercettibilmente le gambe e pregavo perchè ti inoltrassi sotto la gonna di flanella rossa. "Pino, lo sai che devi chiamarmi Pino" e dicendo questa storica frase la tua bocca si stampò sulla mia e una lingua spessa e rasposa prese ad esplorare. La mano cercò il frutto segreto che nascondo tra le gambe e io trattenni il respiro in attesa della sorpresa inevitabile con cui presto fare i conti. Eccolo. Le tue dita scorsero l'insolito tubero che nascondo, lo accarezzarono e infine scostarono le mutande per prenderlo saldamente in mano. Il tuo viso si allontanò di una ventina di centimetri e mi fissasti pallido e con le labbra un po' dischiuse. Nessuna parola. Io trattenevo il fiato. E poi, quella sorpresa fui io. Riprendesti a baciarmi con voluttà e la tua mano, invece di ritrarsi schifata continuò ad accarezzare la mia sessualità. Mi lasciai andare, decisa a non chiedermi nulla per un po'. Mi alzasti la gonna, calandomi lesto le mutande e cominciasti a masturbarmi, mentre con una mano ti aprivi la patta dei jeans e scoprivi un membro duro e decisamente affascinante, che purtroppo non avrò modo di toccare. Poi lasciasti le mie labbra e poggiasti le tue in mezzo alle mie gambe, dove si erge la colonna infame. Minuti lunghi quanto mille soprese che si ripetono in un loop senza fine. Ruoli inediti, scomposti, surreali, mentre i faggi del bosco ci osservavano attraverso la luna. Stupiti anch'essi. E poi il silenzio. Rimanesti accoccolato sulle mie gambe, mentre io fissavo le fronde misteriose degli alberi. E a rompere la magia fui io, colta dall'ansia e da un'illuminazione. "Pino, sei gay, vero?" "Boh, mi sa di sì." "Ora capisco perchè a volte vedevo nei tuoi occhi una strana luce, era quando ti incantavi a guardare un ragazzo che incrociavamo lungo il sentiero". "Io non mi voglio definire, non mi sento un ricchione, io sono io, Pino, e basta. Se i miei sapessero mi ammazzerebbero, pensa se mio padre immaginasse che guardo con lui le partite su Sky per poi farmi le seghe di notte, ripensando ai calciatori..." "E vuoi passare la tua vita a fingere?" "Non fingi anche tu di essere una donna quando invece hai l'uccello in mezzo alle gambe?" "Ma tu sapevi che sono un trans?" "Non ne avevo la certezza, ma comunque ho deciso di provarci, del resto, se fossi stata una ragazza non avrei avuto problemi. Ci vado con le ragazze, io". "Però la tua specialità è un'altra: succhiare" "E non solo. So fare di meglio" "Ok, meglio non entrare nei dettagli. E ora, che ne sarà di noi?" "Ora ti riporto alla baita. E un giorno ti vengo a trovare, così mi fai fare un giro turistico per la città" "Contaci!" E ci baciammo con un sorriso in bocca, prima che la panda 4x4 rombasse squarciando il silenzio e illuminasse, disturbandoli, i faggi di montagna.
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lunedì, 17 luglio 2006

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mercoledì, 12 luglio 2006

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D e s c r i p t i o n
Io sono così: transitoria e transgender, talentuosa e tarata, brillante e sboccata.
A
b o u t M e
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Nome: Seria Loves
Io non sono una ragazza. Ma neppure un uomo. Non come intendete voi, per lo meno.
Basta finzioni, basta paure, io sono qui con un sorriso finto e un pisello vero.
N e w s
Lo so, sparirò in un collage colorato di stelle
C l o c k & C a l e n d a r
C o u n t e r
da queste parti *loading* cuori pulsantiD i n o t t e s p e c i a l m e n t e
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