
giovedì, 05 aprile 2007
-2 A Milano ricominciai con ciò che sapevo fare, l’unico mestiere fatto per quelle come me. Avevo bisogno di soldi e il motel dove avevo preso ad abitare ne succhiava un sacco. Avevo paura, in strada ci andavo poco e se quelli che si fermavano non mi convincevano non salivo sulle loro auto. Non volevo rischiare e stavo lontano anche dalle zone più trafficate per il timore che qualche magnaccia volesse ingaggiarmi nella sua concessionaria di auto truccate. Facevo la fame, finché conobbi Mario, professore universitario pervertito ma non troppo, stronzo e inopportuno, ma in fondo generoso, che aveva una madre anziana a casa, un fracco di soldi da spendere e una sola voglia: vedermi nuda mentre mi masturbavo. Facile accontentarlo nella squallida stanzetta del motel e contemporaneamente chiedergli di leggere qualche mio raccontino. Scontato il suo entusiasmo per le mie storie senza né capo né coda. “Non farmi complimenti Mario, tanto lo sconto non te lo faccio!”, dicevo io. Ma lui parlava sul serio e mi trovò anche un contatto, quello con la casa editrice romana che mi ha portato in giro per anni, assicurandomi la pubblicazione dei miei scritti in cambio di mie collaborazioni come editor. Pochi soldi, ma dovevo mettere a frutto il mio talento per le parole correggendo i testi dei più fortunati, o raccomandati “colleghi” scrittori. Prima o poi sarebbe toccato anche a me pubblicare, dicevano. In realtà non faceva comodo una transessuale che scriveva storie d’amore d’altri tempi. Mi sento portata per i romanzi d’amore, stile Harmony ambientati nell’800 o sotto le due guerre, con quei contesti romantici e sfortunati a fare da contraltare a sentimenti forti, puri e complicati. Mi hanno illusa per anni, ma alla fine ci sono arrivata da sola alla verità: niente libri da pubblicare, solo una collaborazione come editor o copy e, in certi casi, di ghost writer. Io sognavo ad occhi aperti, e comunque era una buona occasione per me che non avevo nulla da perdere, così mollai tutto di nuovo, quel poco che avevo nel motel milanese per approdare al sole di Roma, dove ho vissuto fino a pochi mesi fa. Il lavoro come editor da casa non bastava, ovvio, con quel poco che pagavano (a cottimo, come con i bambini indiani che cuciono palloni) e le sempre più scarse prospettive di lavorare seriamente con loro. Mi capitò un’occasione per debuttare in un night club. Niente prostituzione, solo show! Mi sono esibita per tanto tempo tre sere a settimana come lapdancer, in mezzo ad arrapati, curiosi, nuovi amici e spregevoli caricature di uomo. Non è mancato qualcuno che mi ha offerto lauti guadagni in cambio di una isolata prestazione sessuale. E io ho accettato, che mica si trovano per strada i soldi! Una casetta in affitto in periferia, i miei genitori ad appena 150 chilometri, da andare a trovare una volta al mese per riallacciare un freddo ma necessario rapporto, l’iscrizione all’università per fare qualche esame ogni tanto se l’imbarazzo non è troppo. Per completare l’idilliaco quadretto qualche selezionato cliente: persone rimorchiate al club, innamorate della mia danza allusiva, desiderose di trasgredire a quella vita troppo normale per non essere noiosa. Io avevo un bisogno incessante di arrotondare i magri guadagni e allo stesso tempo coltivare un’insana passione: la mia fosca e movimentata esistenza caratterizzata da interventi chirurgici per avvicinarmi al modello che non raggiungerò mai. Un modello al quale mi sono accorta di non volere neppure più assomigliare. Una vita descritta alla rinfusa tra queste righe, nelle pagine virtuali di un blog doloroso ed eccitato. Quando il bisogno di denaro si è fatto impellente, dopo l’improvvisa operazione al seno, sono tornata a concedermi senza riserve, ricevendo per lo più in casa, avvalendomi della popolarità acquisita con le mie esibizioni al night e guadagnando non poco. Quello che mi serviva per scappare ancora, questa volta da chi intendeva mettersi sotto contratto riducendo, però, la mia libertà. Perché questa tardiva confessione? E’ Wolf a costringermi a guardare indietro. L’abbiamo fatto entrambi per metterci a nudo e vedere che si può fare di questa reciproca attrazione, di una storia che vuole decollare senza che noi passeggeri possiamo assicurarci a delle cinture. E’ un volo senza una meta il nostro, manca un pilota esperto, il motore è stanco e usurato, ma orgoglioso. Non c’è alcuna comodità durante il viaggio, non passano neanche la colazione, è costante il timore di un dirottamento da parte di qualche malintenzionato. Io del resto sono estranea ad una storia che non si chiami “abuso” o mercificazione e Wolf è spaventato, ma non vuole ammetterlo, per quel che prova e le conseguenze che ciò può avere nella sua vita. Si tratta di decidere cosa vogliamo fare di noi due: io sono tentata di fuggire di nuovo, del resto l’ho fatto tante altre volte, rifugiarmi in me e nei tanti sogni che coltivo. Magari preparandomi ad un nuovo viaggio, sempre più lontano da quello che può farmi del male, o felice. La realtà di un amore nuovo, incolume e preoccupante preme, mi vorrebbe sull’aereo, in volo verso una terra lontana e misteriosa. ![]()

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lunedì, 19 marzo 2007
Parliamo, scherziamo, sa mettermi a mio agio, io riesco a essere meno stronza del solito e gli do una possibilità di riuscita. Ogni tanto lancio sguardi indiscreti per rimirare il suo viso bello. Ogni tanto lui lancia sguardi indiscreti per fissarmi con gli occhi scuri e profondi. Una volta ci osserviamo nello stesso istante e scoppiamo a ridere. Si sta facendo tardi, ma non voglio tornare a casa, non da sola. Vorrei passare la notte con lui, ma la coscienza mi dice di non affrettare i tempi. Ci pensa il mio cavaliere a spazzare ogni indecisione. <Sarà meglio avviarci alla metro, che ne dici?> <A dire il vero, io vorrei tanto stare con te. Non andare a dormire, capisci?> <Ma se non vuoi io non insisto>, mette le mani avanti lui. <No, non è quello, io lo voglio tanto invece, anche se ho paura. Sai, da quando sono qui a Londra non ho…non ho….capito?> <Sì che ho capito. Senti, mia madre e mia sorella sono fuori qualche giorno, ti va di venire da me? Non insisto se non vuoi…> <Non lo so, sono indecisa, non ho neanche lo spazzolino!>, provo a scherzare, a stemperare il momento solenne e spaventoso. Lui mi trascina improvvisamente in una via laterale, c’è un piccolo shop diretto da indiani ancora aperto. <Scegli il tuo spazzolino!>, mi fa con un gran sorriso davanti ad uno scaffalino ricolmo di prodotti per l’igiene della bocca. E io scelgo. In metro, devo decidere quale direzione prendere. Da una parte c’è casa mia, il letto caldo e tra qualche ora Wonda che piomberà in camera al ritorno dal lavoro in strada per svegliarmi e chiedermi come è andata, dall’altra c’è lui, con le mani in tasca che aspetta una risposta. Mi rendo conto che dopo anni di brutte esperienze, fughe improvvise, iniezioni di fiducia e depressione, cazzi e cazzotti, ho ancora desiderio di credere che esista una chance per me, qualcuno da amare e dal quale essere amata per quella che sono. Gli lancio un’ultima occhiata, parto dalle scarpe scure, i jeans stretti, il pacco discretamente voluminoso, le mani nelle tasche, le spalle larghe e il viso sorridente e vagamente ansioso, gli occhi scuri e gentili e chiudo le palpebre. Male che vada avrò rimorsi, ma non rimpianti: ho deciso, lo prendo sottobraccio e lo guardo occhi negli occhi: <Sbrighiamoci dai, muoio dalla voglia di te!> Resta a bocca aperta, poi gli scappa una risata felice e si fa trascinare al ritmo dei miei tacchi attutiti dal pavimento di linoleum. In fondo al corridoio c’è già un treno che ci aspetta. Corriamo. Saliamo appena in tempo. Si chiude la porta. La metro parte. Noi siamo rimasti in piedi, con le mani che fanno presa allo stesso appiglio. Non c’è quasi nessuno, se non una figura indistinta seduta all’altro capo del vagone. Lui mi fissa intensamente e appoggia la mano sulla mia guancia. Prima che possa dire qualsiasi cosa ha stampato le labbra sulle mie. Inevitabilmente le apro e gusto il suo sapore.

giovedì, 15 marzo 2007
-quartotempo- Wolf è simpatico e conferma quanto promesso. E’ indiscutibilmente intrigante e attraente, con i suoi occhi neri, i capelli corti sottili e scuri, la carnagione chiara ma non slavata e un corpo flessuoso e definito. C’è qualcosa che non riesco a cogliere però e mi crea ansia. Cerco di appurarlo chiedendogli di lui. Mi rivela di aver perso il padre da qualche anno in un incidente d’auto, di vivere con la madre e la sorella in un appartamento piccolo ma dignitoso. La madre insegna alle suole primarie. Si mangia bene, io cerco di non ingozzarmi, mostrandomi educata più del necessario. Lui ogni tanto mi lancia occhiate eloquenti. Sembrerebbe desideroso di scoprire il mio segreto, quando per “segreto” intendo l’arnese da scasso che ho in mezzo alle gambe, ma è bene capire e appurare, ne ho avute di brutte esperienze e non canto vittoria dopo una semplice, complice occhiata. In questi casi meglio andare subito al sodo e mostrarsi non troppo ingenua: <Senti Wolf, scusa la franchezza, ma tu inviti spesso le trans a uscire?> Lui mi guarda sgranando gli occhi profondi, smette di masticare, poi guarda nel piatto e inghiotte. Prende il tovagliolo, si pulisce le labbra, lo posa e torna su di me. <Io sono molto attratto dalle persone transgender, ho avuto una ragazza che aveva da poco completato il percorso qualche anno fa, ma sono stato anche con ragazze nate femmina, se è questo che vuoi sapere…> <Sì, beh, sai, se Alan ti ha raccontato qualcosa di me, sai anche che sono prudente e pure un po’ stronza…> <Non sei stronza, sei attenta a te stessa e questo è un bene. Rischi di essere più vulnerabile degli altri, è giusto che ti tuteli> <Sì, ne ho passate abbastanza…> <Io non ho intenzione di approfittare di te, su questo puoi stare tranquilla…> Sorrido, ma la spiegazione di Wolf non è sufficiente. Torno all’attacco: <Tu sai che là sotto – e con gli occhi indico inequivocabilmente il mio pisello – ho i genitali maschili, vero?> <Ascolta Seria, io non so se io e te siamo fatti l’uno per l’altra, ma se mi rendo conto che posso innamorarmi di te, tu mi piaci per come sei, con tutto quello che hai là sotto, capito?> <Questo vuol dire semplicemente che io sono attratto dalle persone e non da quello che hanno sotto i vestiti> Bella risposta lo ammetto, ora basta però. Caccio suor orsolina bigotta dentro di me, in fondo all’animo, tra le pieghe della coscienza, mi mostro serena e riprendo a mangiare di sana lena. Anzi no, non ingozziamoci che fa tanto scostumato.

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domenica, 11 marzo 2007
-secondotempo-
Sono truccata, indosso una minigonna e un toppino cui sistemerò una giacca di pelle quando lui sarà qui per portarmi via dal sexy shop in cui lavoro e condurmi all'amore. Incasso i soldi dei clienti che acquistano dvd porno, riviste e giocattoli erotici con lo sguardo che va' oltre e si perde nel ricordo degli occhi scuri e profondi di Wolf. Mi sto intristendo da sola, mi preparo al colpo che riceverò quando sarò costretta a tornare a casa in metro e Wonda mi ricorderà che per noi non esiste amore che non preveda un corrispettivo in denaro. Alzo gli occhi dal monitor che mostra una coppia di lesbiche alle prese con un dildo gigante a forma di pugno e guardo un paio di gambe slanciate e muscolose far capolino dall’aurea di luce serale che proietta il giorno scemante dalle finestre del piano di sopra. Sono sicura che è lui, è una sensazione fortissima e immediata. E infatti il viso accigliato che spunta fuori è proprio quello del mio cavaliere solitario. Si accorge di me, e il suo occhio destro, lesto, si chiude in un ammiccamento cameratesco e sdolcinato. Accenna un sorriso che spegne subito dandosi un’occhiata intorno prima di venire a salutarmi. <Eccomi. Come va?> <Ciao – dico io, puttana e ingenua al tempo stesso – cinque minuti appena e possiamo andare, ok?> <Perfetto, faccio un giretto, quando sei libera chiamami> <Contaci – sorrido io, mentre ticchetto sulla cassa il prezzo in sterline del dildo acquistato dalle due lesbiche che non guardo neppure in faccia>. Mi sento sollevata, mi do della stupida per aver dubitato di lui. Si capisce che è un ragazzo serio e mi vuole davvero. Si legge negli occhi. Lo scruto mentre, occhi sgranati, guarda l’assortimento di dildo che esponiamo bellamente su uno scaffale a destra. Sarà stupito da dimensione troppo ampie che non gli appartengono o si sentirà rinfrancato come uomo chiedendosi come hanno fatto a prendere le SUE di misure falliche? Mi auguro di scoprirlo quanto prima, ma la mia coscienza da orsolina bigotta affiora per ricordarmi che non so nulla di lui se non il nome: insomma, Seria, il fatto che Wolf sia qui non significa che è l’uomo della tua vita. Può sempre essere l’ennesimo profittatore, un espiantareni da contrabbando, un trafficante di protesi di silicone, un rapinatrans, un… boh… non esaltiamoci comunque, vediamo che ha in serbo per la prima uscita a due e poi tiriamo le somme. Ok? Ok, coscienza orsolina bigotta… non mi esalto e me la tirerò pure un po’, va bene così? Benissimo, risponde la mia nemesi con tanto di velo bianconero sulla testa. Si avvicina BrufoloBill che mi fa un cenno, ricordandomi che le 7 sono scattate ed è ora che mi levi dai piedi, lasciandolo alle prese con un venerdì sera popolato di anime erotiche notturne. Io faccio un salto nello stanzino riservato a noi dipendenti, mi infilo il giubbotto di pelle, tiro fuori dalla borsa il mio profumo preferito del quale mi bagno leggermente le orecchie e i polsi e poi do un’ultima controllata al tutto. Sono pronta. Esco e lo cerco con lo sguardo. Prima che potessi raggiungerlo lui si volta, come richiamato dalla mia presenza, mi sorride e viene verso di me. <Perfetto. Andiamo…> <Sì…>, faccio io in un soffio di voce e lo seguo su per le scale, non dimenticando un’occhiata fugace ma al suo splendido culetto sodo. Inizia la serata: Wolf, non deludermi!
Alle 6 e 45 arriva il mio giovane collega brufoloso. Faccia slavata e capelli stopposi: che brutto esemplare di inglese che è! Butta lì qualche battuta in accento stretto che fingo di capire sorridendo. La mia faccia è puntata però sulla scalinata dal quale scendono i clienti e che dovrebbe portarmi il mio bel cavaliere. Guardo l’orologio ogni minuto, stupendomi del fatto che il tempo scorra con tanta lentezza. Ma dove cazzo è finito quell’esemplare stupendo di maschio? Vuoi vedere che si è preso gioco di me? Magari si è pentito di avermi chiesto di uscire, forse ha trovato di meglio, una vera donna che lo soddisfi a dovere, che possa promettergli una famiglia che io non posso dare.

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giovedì, 08 marzo 2007
-primotempo-
Wolf (nome di fantasia attribuito da me vista la sua natura solitaria) è un frequentatore atipico del sexyshop in cui lavoro di notte. Vestito di nero, sempre solo, sguardo magnetico e malinconico, caruccio e anche fisicamente ben messo è di quelli che sembrano capitati lì per caso, alla ricerca di qualcosa di preciso che non riescono a trovare.
La prima volta che l'ho visto ho pensato avesse sbagliato locale, forse stava cercando il pub due metri più in là, ma poi è tornato più volte, una media di tre sere a settimana per un totale di sei volte. Non ci avevo mai scambiato parola, io, commessa intenta a far pagare ai laidi mascalzoncelli che acquistano furberie erotiche o ad accertarmi che nessuno si freghi il prezioso materiale, a guidare nell'angusto corridoio gli animali da cineporno. Ma Wolf mi ha da subito attratto, scuotendo gli ormoni femminili che ho in circolo da tanto tempo.
L'altra sera ha atteso un momento in cui non ci fosse nessun cliente per avvicinarsi alla cassa. Nel mio cervellino sono volati diecimila pensieri contrastanti: "vorrà pagare qualcosa?", "è un ladro?", "è un maniaco?", "un profittatore di donzelle?" (in quest'ultima confesso, da vecchia sporcacciona, che ho sperato un bel po').
Si è piazzato davanti a me, mi ha guardato qualche secondo con due begli occhi magnetici, poi in inglese perfetto, ma con voce profonda e chiara e senza inflessione:
<posso chiederti una cosa?>
<Ma certo...>, faccio io in un sussurro di voce sempre troppo maschia.
<Ti ho notata fin dalla prima volta che sono entrato qui per caso...>
<Sì....>, voce sempre più sussurrata. Seria, cazzo, scuotiti, sei sempre un uomo in mezzo alle gambe, caccia fuori quegli attributi!
<Mi piacerebbe uscire con te>, afferma lui, espressione impassibile e voce sicura. Frasi dirette come adoro in un uomo che sa quel che vuole. Io cerco di riprendere il controllo, non è possibile che questo maschione mi voglia, forse non ha capito che non sono una donzelletta versione automatica, ho il cambio manuale io, è meglio indagare un po'...
<Ma tu non sai nulla di me...>
<E' un problema?>
<Magari lo è per te... vedi, io non sono propriamente quel che si dice una 'ragazza perfetta'>, sorrido come una scema. Seria, togliti quel sorriso ebete dalla faccia!
<So come sei, ho preso le mie informazioni. E ho ancora più voglia di uscire con te>
Ossignore, è un sogno, un'allucinazione?
<E cosa suggerisci?>
<C'è un sera in cui sei libera?>
<Venerdì lavoro qui di pomeriggio e finisco alle sette...>
<Allora ti vengo a prendere. Penso a tutto io>
<Ma io non so neanche come ti chiami!>
<Wolf, io sono Wolf. Tu invece sei Seria, giusto?>
<Come lo sai?>, ecco, questo è un maniaco, era troppo bello per essere vero. Si è sputtanato dopo manco due minuti il pollo...
<In queste serate passate qui ho sentito un mucchio di cose. So che ti chiami Seria e ho capito che sei speciale> ... i puntini di sospensione li metto io, lui non ha alluso a nulla, ha capito e basta.
<Ah - resto a bocca aperta, affascinata e cogliona - e quindi, io ti interesso?>
<Sì. A venerdì allora. Ciao>.
Ed esce così, accennando un sorriso, con quel bel paio di pezzi di carbon fossile al posto degli occhi che mi puntano diritto al cuore. Io, cretina cui bastano due complimenti per farmi calare le braghe, l'ho seguito con lo sguardo, ho dato un bell'8 al culetto sodo che mi ha mostrato e ho pregato fino all'ultimo che non fosse un pio sogno dal quale svegliarmi tutta bagnata.

lunedì, 05 febbraio 2007
La tenda rossa cela uno stretto corridio che si apre su una piccola hall. Un omino del quale non ho ancora capito il nome si nasconde dentro una cabina per raccogliere i soldi. Donato l'obolo si oltrepassa la soglia, una pesante tenda che rivela una piccola sala cinematografica porno.
Senza soluzione di continuità, per tutta la notte, a seconda dei giorni si proiettano film pornografici omosessuali o eterosessuali. All'ingresso del corridio ogni sera compare un cartello che annuncia la tipologia dei film.
Ovviamente i cinefili appassionati di tale arte sono molto più interessati a consumare frettolosi e riservati rapporti sessuali. In caso di film etero la solitudine impone che una mano faccia tutto il lavoro, i film gay prospettano invece contorsioni più conturbanti.
Non è raro che dal pornocineshop in cui lavoro si entri solo e si esca in due.

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lunedì, 15 gennaio 2007
Wonda mi ha parlato di te, del dolore, della malattia, subdolo inganno che ti trascina in una spirale infinita. Io ti ricordo, eccome. Non sapevo e non potevo sapere. Davanti al tuo letto, al cattivo odore, a quegli occhi grandi, allo scheletro che si intravede sotto le coperte, a ciò che è stato e non è più, al desiderio morto e sepolto da tempo, alla morte che arriverà. Presto.
Quattro lettere
Lettere in fila,
soldati con il fucile
puntato
per gettarti nella polvere
dopo averti ucciso
senza sparare
un solo colpo.
Quattro,
ma ne basterebbe una,
visto che il senso è quello:
morire di silenzio,
inondando il cuore
di solitudine
e asciugando le difese,
uccidendole.
Una nenia colora
l'odore agro della corsia.
Ti vengo a trovare
e mi accorgo che non ci sei,
solo pelle,
solo occhi,
solo dolore,
sola.
Quattro lettere
che hanno rifiutato,
perchè affari nostri
e allore è meglio tacere.
E vedo padri e madri,
e figli con il cuore squarciato.
E vedo te,
che sei ancora bella,
come quando eri trucco.
Ora, viso frastagliato,
sguardo commosso
e sofferente,
ti stupisci che io sia qui.
Io mi stupisco
di quanto quegli occhi,
siano ancora tuoi.
Quattro lettere in fila,
quattro soldati
davanti al tuo letto
che ghignano odio.
Una risata assordante,
come il resto del mondo
che è silenzio.

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martedì, 09 gennaio 2007
E chi era arrivata mai all'aeroporto di Gatwick? Uno scalo sconosciuto per me, enorme. Con il mio inglese arruginito e i bagagli al seguito sono riuscita ad arrivare al Gatwick Express, il treno che porta alla stazione Victoria.
Mezz'ora di comodo viaggio e poi la metro da cambiare due volte fino alla mia fermata. Eccomi fuori da questa pulita, nuova, ma sconosciuta tube.
La cartina che ho disegnato dietro indicazione di Wonda è confusa, lo ammetto sono negata con il disegno, ma dopo aver chiesto qualche indicazione sono riuscita ad arrivare sotto casa della mia amica. Lei arriverà solo tra qualche ora e io sono affamata. Approfitto di un Subway lì vicino e passo qualche ora in un supermercato. Poi mi siedo stremata davanti al portone in legno.
Solo verso sera la vedo spuntare dietro l'angolo della via con i suoi tacchi alti, gonna rosa cortissima, occhi mascherati di nero e calze a rete. Cazzo, mi chiedo, ma è vestita da puttana anche quando non batte?
Si ferma e mi fissa. Poi grida:
-Seriaaaaaaaa!!!!! Stella miaaaaaa- e mi corre incontro.
Io mi faccio abbracciare, baciare, respiro il suo profumo intenso e poi, strette come due lesbiche, saliamo le strette scale che portano al suo (e ora anche mio) appartamento al terzo piano.
Una casetta linda e pinta, con un bagnetto piccolo ma nuovo (senza bidè... cazzocazzocazzo!), un cucinino funzionale, saletta, e due camere da letto. Una è la mia.
Wonda e io siamo arrivate a Londra dieci anni fa, più o meno nello stesso periodo, sbandate e senza fissa dimora. Stavamo finendo i nostri risparmi, quando facemmo amicizia in un bar equivoco, scoprimmo i rispettivi, simili segreti e decidemmo di aiutarci.
Battevamo insieme, in strada, di notte e ci tenevamo d'occhio l'un l'altra. Lei ha iniziato a prendere ormoni a 12 anni, di nascosto alla madre, aiutata da un uomo che al tempo le faceva da tutore sessuale. Il suo vero nome è Valerio e viene da Napoli.
Con una gioia tutta partenopea è stata la mia serenità quando io ero preda della malinconia e anche un inconsapevole sprone a cambiare. Wonda non concepisce altra vita che non sia la strada, lei da sempre batte e all'epoca non riusciva a spiegarsi perchè io volessi così ardentemente modificare stile di vita. Proprio la sua naturalità mi ha invece esortato ad emergere, mettendo a frutto quei pochi talenti che ho e a lasciare Londra quando giunse una fatua occasione dall'Italia.
Lei rimase qui e ora torno a chiedere il suo aiuto. Wonda mi ha accolta come una sorella, bisognosa anche lei di una coinquilina, visto che l'uomo con cui viveva ha telato alcune settimane fa.
Ho passato qualche giorno a sistemarmi la stanza, personalizzandola per quanto possibile, poi ho girato un po' Londra, mentre Wonda recuperava il sonno dopo le notti di lavoro nei vicoli di Soho. Questa sera sono uscita da casa per la prima volta e mi sono buttata nel primo internetpoint del quartiere. A casa non abbiamo il telefono fisso e quindi il mio portatile al momento è inutilizzabile per collegarmi e aggiornare.
Dovrò arrangiarmi così per un po'.
Da domani si comincia a cercar lavoro. Uno vero, uno che non sia il "mestiere" di Wonda, almeno in questo desidero esser ferma: culo e cazzo solo per amore, anche se lei non è affatto d'accordo:
-Ma sei mattaaaaa, una come te potrebbe farne di pounds... Seria, ti prego, pensaci, quel tuo sederino sodo farebbe faville qui!-
-No Wonda, io voglio una vita normale...-
-Stellaaaa, credi ai ReMagi, Harry Potter e a Pretty Woman adesso? Bella, per noi non c'è un Frodo che distrugge l'anello magico, un Cristo che muore sulla croce, un dottor House che zoppicando ti risolve i problemi, un...-
-Basta!!! Ho capito! Forse hai ragione tu, ma io non mi arrendo, io avrò la vita che voglio. Io...dio, quando è difficile...-
-Stella, che occhi luccicanti che hai. Mi fai paura, ma è proprio questo che mi piace di te, sai? Vieni qui fatti abbracciare e fammi rimirare quel luccichio che io non ho mai avuto-.

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domenica, 24 dicembre 2006
Sono in famiglia. Connessa al computer di mio fratello lascio gli auguri di rito a tutti quelli che capiteranno sul mio sito.
Come al solito mia madre mi ha accolto con due baci, un'aria addolorata e tante domande: "ma che fai?ma è vero che partirai?da chi starai?".
Mio padre ha finto di non riconoscere la mia sessualità, chiamandomi con il mio vecchio e abiurato nome maschile. Mio fratello...chi lo vede mai? E' sempre in giro a sbronzarsi...
Il pranzo di Natale sarà tutti insieme con il sorriso sulle labbra; alla festa non si possono avere rancori e ci si deve volere bene. Poi, quando staranno per arrivare i parenti mi si chiederà gentilmente di uscire o rinchiudermi in camera, perchè nessuno si scandalizza, è vero, ma ci sono i cuginetti giovani e loro non sanno e non devono sapere. Io non mi scandalizzerò e prenderò la via della porta. Farò un giro per la città.

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martedì, 12 dicembre 2006
L'ignorante
- Mmmm...ciò che mi piace di più di te sono queste cazzo di tette, tutte da succhiare!!! -
- Sì, ti piaccino eh?! Sono rifatte bene, vero? -
- Bleahhhh...come rifatte?! -
- Ma con chi credi di stare scopando, scusa?! -

L'imbranato
- Allora, cosa vuoi fare? -
- Ehm....ecco... -
- Su, su, non ti vergognare, dimmi come vuoi farlo.... -
- Ma veramente, non so, sai è la prima volta che vengo da una come te... -
- Sì, appunto, se mi hai cercato è perchè hai un desiderio nascosto da soddisfare... -
- Sì, ecco, non so, io ... -
- Va bene, ho capito, sdraiati sul letto. A pancia in giù! -

L'incontentabile
- Seria, sei meravigliosa. Io lo voglio rifare. -
- D'accordo. Quando? -
- Oraaaaaa, ti voglio oraaaaa... -
- Sei incontentabile. Va bene, però saliamo di prezzo, amore -
- Uno sconticino? -
- Stella, i saldi cominciano a gennaio, non sotto Natale! -

mercoledì, 06 dicembre 2006

E' appena andato via e io sfogo con qualche riga buttata giù all'impronta la mia amarezza e un po' di quel fiero coraggio che mi sta dando la disperazione. Sono giorni di amarezza e desiderio di mutar pelle, di isolamento dal mondo e improvvisi bagni di uomini.
Questa mattina ne ho ospitati due, clienti di mezz'età facoltosi e desiderosi di sperimentare territori nuovi. Io ho bisogno di soldi e non posso fare la schizzinosa scegliendomi solo i più giovani e belli, non adesso che sto progettando la mia fuga.
Il primo si è mostrato cordiale, cinquantenne bisognoso più che voglioso e tutto è filato liscio, tra le candele che avevo acceso per favorire la penombra e il mio recitare il ruolo di gattina cazzuta.
A distanza di pochi minuti si è presentato l'uomo di quarantaquattro anni. Una moglie, due figli e un estremo quanto urgente bisogno di essere dominato dopo aver dominato. Lo vuole fare senza preservativo. E' disposto a pagarmi il doppio. Ma non esiste. Nella vita ho avuto la cieca fortuna di non aver mai contratto malattie, neanche quando battevo in strada. Non saranno pochi euro a farmi rischiare ora.
Lui insiste, io mi mostro carina, gli dico che anche con il preservativo può essere bello e che ci so fare. Se lo tira fuori intanto.
<Lo vedi com'è duro? Non vuole costrizioni lui!>
<Lo capisco, ma è anche per te che lo dico. Dai, vieni qui, fatti abbracciare, poi te lo infilo io il profillatico..."
<Vieni, ecco, fatti stringere", dice lui dolcemente. Poi mi volta improvvisamente mi torce un braccio. Io non grido, so come vanno queste cose.
<Ora te lo prendi nel culo a forza!>, dice lui con rabbia. Io sono nuda sotto, mentre sopra ho una canottierina rossa e ai piedi scarpe dello stesso colore sopra autoreggenti nere. Mi butta sul letto. Io mi posiziono gattoni, quando sale anche lui sono lesta a dargli un calcio in pancia. Il suo respiro sguscia fuori insieme a piccoli sputi che sento atterrare sulle gambe. Crolla sul letto in posizione fetale. Sembra un bambino, ma è forte, scorgo i muscoli sotto quella camicia aperta.
Io mi alzo in piedi, gli intimo di andare via.
Lui non risponde, poi stringendosi la pancia si solleva lentamente. Si siede ai bordi del letto. Io temo di avergli fatto davvero male e mi avvicino per rassicurarlo, certa di aver sbollito la sua voglia.
<Dai, su. L'aggressività non mi piace. Finiamola qua, rivestiti e vai...> Non posso completare la frase perchè lui mi colpisce al volto con uno schiaffo a palmo aperto. Un fulmine che mi prende in pieno e si stampa sull'occhio sinistro, sul labbro e sul naso. Cado per terra quando lui si solleva.
<E ora si fa a modo mio!>, afferma troneggiando sopra di me, sorrido crudele sulle labbra circondate dal pizzetto e cazzo gonfio smanazzato a cinque dita.
Io mi vedo già sottostare ai suoi dolorosi voleri, rischiando ben oltre che qualche livido. Immagini flash affiorano portando con essi un fiotto di rabbia inespressa. Penso a quella volta che fui picchiata mentre tornavo a casa da quegli albanesi seduti nel parco. Poi la mente vola istantaneamente a Londra, ai soldi fatti stringendo i denti per pagarmi le operazioni. All'ultima volta in ospedale, per un guaio ad un seno che mi ha portato via l'estate e il conto in banca.
Cazzo, no, mi dico aprendo gli occhi. Stavolta no.
<Come vuoi mio padrone>, borbotto a mezza voce alzandomi lentamente. Lui sorride e mormora un "bene" allusivo e brusco. Si smanetta con maggior vigore. Poi è pronto a buttarmi sul letto per incularmi. Sono davanti a lui, quando allunga le mani per afferrarmi le spalle io carico la gamba destra e lo prendo con lo stinco in pieno in mezzo alle palle. Lo vedo sgranare gli occhi e aprire la bocca, poi scompare alla mia vista. Grida e mi maledice stringendosi e massaggiandosi le pudenda.
Io sono incazzata. <Zitto , coglione!>, grido. Poi piazzo il tacco destro sul suo collo e spingo. Lui si accorge di ciò che sta rischiando e si blocca. La fronte si fa lucida. Ha paura, ne sento l'odore. Nessuno sa che è qui e capisce che se spingessi con forza potrebbe perdere ben più di una scopata senza preservativo.
Ora è il mio turno di parlare.
<Adesso mi dai tutti i soldi che hai nel portafogli come risarcimento per quello che mi hai fatto in faccia. Poi strisci fino alla porta e te ne vai. Se osi guardarti indietro te la passi molto brutta. Sono armata e ce l'ho a portata di mano>. Sta storia dell'arma mi viene sul momento. In casa non ho altro che un coltello per il pane e non sta certo in camera da letto. A portata di mano ho solo il mio uccello, che può far male ma non come intendo io.
Brontola un sì stentato. Ha paura e io confido in quella. Alza un dito e indica la giacca rimasta sulla sedia. E' lì il portafogli. Io premo il piede sul suo collo. Ho beccato in pieno la carotide, la trachea o quello che cazzo è e lui raschia con la gola. Gli ho voluto ricordare chi comanda.
Poi sollevo il piede e con due passi sono alla sua giacca. Prendo il portafogli e tiro fuori tutte le banconote che ha. Non le conto per non perderlo di vista e le lascio sulla sedia mentre gli tiro la giacca e il portafogli ormai vuoto.
<Striscia via>, dico con un sibilo rabbioso e lui prova ad alzarsi ma una fitta all'inguine lo ributta a terra. Ci riprova aggrappandosi al letto. Piegandosi in due dal dolore e incamminandosi tira su i calzoni che sono rimasti alle caviglie. Io afferro la giacca, la cravatta, il portafogli e lo seguo. Non si volta, si limita a prendere la valigia da rappresentante che aveva lasciato all'ingresso.
<Scompari. Non tornare mai più>, gli intimo quando ha già aperto la porta. Esce fuori e io gli lancio le sue cose, poi chiudo e metto la catena.
Vado alla finestra e lo vedo uscire dopo poco dal portone, giacca in mano, camicia non del tutto abbottonata, un braccio che si stringe il basso ventre e una camminata lesta a gambe larghe. Gira l'angolo e sparisce, avrà parcheggiato lì. Non tornerà, spero. Ma non ho paura, non più.
Torno in camera da letto per spegnere le candele e tirare su la serranda. Mi ricordo delle banconote sulla sedia. Le conto: 1.400 euro. Cazzo, sono tanti. Sorrido e il dolore mi ricorda del forte schiaffo. Allo specchio scorgo un occhio gonfio, un labbro spaccato che butta sangue così come il naso.
Ho voglia di piangere, ma invece di farlo apro il cassetto, prendo una maglietta e mi pulisco dal rosso che ha bagnato anche la canottiera. Ci sarà da ripulire casa, avrò sgocciolato fino all'ingresso. Prima di una doccia, di rivestirmi e di sistemare ho voglia di raccontare quello che è successo. Vado nello studiolo che un tempo era uno sgabuzzino. Ho il pc acceso perchè sto scaricando delle canzoni. Tamponandomi ogni tanto il viso con la maglietta intrisa prendo a scrivere e ciò che viene fuori è la catarsi della rabbia, lo sfogo del male che ha abitato dentro di me, la gioia riscoperta della forza e quei soldi rubati e meritati al tempo stesso.
E' una guerra la mia vita, chiamatemi Valkiria.

sabato, 02 dicembre 2006
La decisione è presa: Seria scomparirà da Roma, per apparire altrove e ricominciare. Come è già accaduto altre volte.
E ho bisogno di soldi, che i miei se ne sono andati tutti per l'intervento al seno. Non credo più alle promesse della casa editrice, non pubblicherà mai quel libro che giace nel mio cassetto e nei loro archivi. Il loro unico interesse è sfruttarmi. Come vogliono fare anche quelli che intendono farmi firmare un infausto contratto per una serie (infinita?) di film pornografici. Io non voglio, ma loro sanno essere convincenti e se non voglio passare un guaio devo affrettarmi a sparire.
E per fare soldi sono tornata a fare attivamente ciò che meglio so fare: la zoccola. Al club ne raccolgo tanti di disperati, vogliosi, pervertiti che cercano quello che solo io posso dare loro. E di buon grado accetto, abbassando gli alti prezzi che praticavo di solito, quando mi piccavo di concedermi in rare, bisognose occasioni, come una madreteresa che si mostra generosa ma non troppo.
Non sarà niente di grave se per un po' mi lascio andare, mi butto nella mischia pur di arraffare il più possibile. In fondo, si tratta solo di stringere i denti per qualche ora quasi ogni notte, recitare una parte che conosco a memoria e intascare lerci quattrini spintonando l'insano cliente fuori da casa.
Quando al mattino dopo guardo il mio letto disfatto, sporco, odoroso di fragranze sconosciute, non mie, sgradevoli, mi viene da vomitare e non di rado cedo buttandomi carponi sulla tazza del water, puntellando con i gomiti il busto nudo e reggendo la fronte con le mani. Poi, sotto la doccia sfioro quel cazzo che in tanti vogliono sentire dentro, accarezzo il culo che alcuni amano penetrare e mi rendo conto che se voglio trasformarmi ancora, rompere la crisalide e far uscire quello che ho dentro devo raccogliere più energie possibile, lanciarmi nel vuoto e volare. Tanto il cielo non finisce. Mai.

giovedì, 16 novembre 2006
Non ho voglia di star sola questa sera. Accendo il computer ed entro in Msn.
Ci sono i soliti quattro da salutare, qualcuno da evitare e poi una persona mi sorprende. Cerco di essere professionale, da puttana che non si concede se non per soldi, ma tra una chiacchiera e l'altra mi viene voglia di sesso. Come non mi succedeva da tempo.
Dopo tante brutte esperienze avevo deciso di non rimorchiare in nessun caso via internet. Troppo rischioso. Però la voglia è tanta.
Ci provo con uno che pare appetibile, ma non ha foto. Lo blocco e via. Sono arrapata, ma non stupida. Nel frattempo messaggio con un ragazzo che sembra avere le giuste qualità. Lui ammicca in modo evidente, mi manda qualche sua foto in cui appare non bello ma simpatico e nel complesso attraente. Poi la conferma arriva in cam, e così mi lancio.
"Tu lo faresti con una come me?"
"A dire la verità...sì"
"E che mi faresti?"
"Non lo so. Forse tutto."
"Cosa intendi per tutto?"
"Che ti inculerei e mi farei inculare da te"
"Dici sul serio?"
"Sì, però non vorrei dover pagare..."
"Perchè, sei tirchio?"
"No, perchè vorrei desiderarti senza che tu ti sentissi obbligata a concederti per i soldi. Vorrei scoprirti a desiderarmi"
"E tu mi desideri?"
"In questo momento più di ogni altra cosa!"
"Li faresti quei dieci chilometri che ci separano per fare un salto qui e mostrarmi QUANTO mi vuoi?"
"Dammi l'indirizzo, passo in un autogrill per comprarti un piccolo dono da offrirti e poi sono da te"
"Arruolato!"
Tempo mezz'ora e suona alla porta. Io lo faccio salire, apro la porta e lui si presenta con una scatola di cioccolatini. Convenevoli e battute, poi siamo sul divano. Uno accanto all'altra. Ha su un jeans stretto con un rigonfiamento sospettosamente invitante.
Io mi avvicino sinuosa e poggio la mano sul pacco carezzandone i contorni.
Lui: "Ti voglio"
Io: "Anch'io"
E poi sono labbra che succhiano larghi membri accaldati, mani che stringono seni e 69 profumati e bagnati.
L'ultimo scambio è il decisivo, quello da fare a letto. Io lo inculo per primo. Il mio cazzo funziona nonostante gli ormoni e godo, molto. Lui non è avvezzo, ma desidera da tempo essere penetrato. Gli piace. Prima di venire esco e voglio che lui mi riservi lo stesso piacere. Si rivela una macchina infernale: pompa, pompa e mi penetra completamente. Mi sento piacevolmente dilaniata da quest'uomo non bello ma intrigante, con un filo di pancia che lo rende vero e un cazzo enorme che ne fa un essere mitologico.
Sceglie di uscire anche lui. E uno sull'altra, decidiamo di venire insieme, lavandoci di sperma, nutrendoci di seme, coprendoci di pelle.
Avventatamente serena mi sono addormentata con lui, uomo misterioso, amante infallibile, scoperta improvvisa.

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lunedì, 18 settembre 2006
Lui aveva un sorriso inquietante sulle labbra. La faceva sentire a disagio. Lei lo accompagnò in camera da letto, dove una penombra illuminata sola da alcune candele posizionate in punti strategici dava un tremolante chiarore. Accese lo stereo e nell'aria si diffuse una sensuale e leggera musica orientale. Tirò giù la chiusura lampo della tuta di pelle rossa che indossava. Restò a torso nudo davanti a lui. Aveva indosso solo il reggiseno, imbottito da un lato di ovatta mistificatrice. -Togli tutto-, bisbigliò lui. Aveva una voce dolce, ma risoluta, che non consentiva repliche. Del resto era lui che pagava e andava bene così. Gettò via il reggiseno che mostrò a lui la sua mutilazione e poi tolse la tuta mostrando il suo pene avvolto di peli al centro del corpo, tra due gambe snelle e bianche e un ventre piatto e femminile. Lui le accarezzo con una mano la spalla, scendendo giù verso il braccio. Poi parlò: -Vorrei legarti. Ti va? Ovviamente ai 500 pattuiti aggiungerò un bonus-. E Seria acconsentì. Andò al comò accanto al letto e dal terzo cassetto tirò fuori un paio di manette in metallo leggero avvolto da peluche rosa, retaggio di un sexy shop inglese. Non era certo la prima volta che qualcuno le chiedeva di scopare in modo insolito, legata anche, ma quell'uomo, che al telefono aveva detto di chiamarsi Alfredo le dava una strana sensazione di disagio. Quasi pudore. Con le manette in mano si sdraiò sulla schiena. Lui sorrideva quando si sedette sul ciglio del letto e delicatamente le spinse un fianco per farla voltare. Poi prese le manette e legò i suoi polsi alla testata del letto. Seria non parlava, in attesa di quello che doveva accadere. Lui era ancora vestito con jeans, maglietta e giacca verde. Aveva uno zainetto con sé, di quelli che si usano solitamente per portarsi dietro i computer portatili. Non lo aveva mai lasciato e lo teneva stretto nella mano. -Senti Seria - disse lui - io ho voglie un po' particolari, mi piace il sesso con un po' di violenza -. Seria aprì la bocca per parlare ma lui le fece segno con la mano di non dir nulla e con voce naturale, come se stesse chiedendo un bicchiere d'acqua disse: -Vorrei poter essere brutale con te, magari con qualche gioco, un frustino, cose così...che ne dici?-. Con la mano batteva sul suo zainetto, indicando così il luogo dove teneva i suoi "giochini". -Non mi piacciono molto questo tipo di cose...meglio restare sul tradizionale, ti va? - disse lei davvero preoccupata. Giaceva legata e impotente sul letto, lui avrebbe potuto far qualunque cosa. -No, io ho voglia di fare a modo mio. Se a te va, ovviamente. E sono disposto a essere generoso per questo -. Con un lento movimento tirò fuori dalla giacca un mazzetto di banconote da cento euro e contò dieci biglietti che posò sul comodino accanto alla testa di Seria. -Bastano?- Lei guardò i soldi a pochi centimetri dai suoi occhi. Erano tanti e ne aveva bisogno. Si morse il labbro pensando a cosa fare. Poi pronunciò due sole parole e affondò la testa nel cuscino: - Okay, sbrighiamoci!- -Due semplici regole, Seria: per i prossimi minuti farò ciò che voglio di te e tu non dovrai parlare-. Non attese la sua risposta, aprì la zip dello zainetto e accarezzo la frusta che aveva ben poco del frustino. La fece schioccare varie volte sulla schiena e sul culo di Seria. Lei cercò di resistere per un po', poi cominciò a ritrarsi, accovacciandosi e gemendo. Non parlava, cercava di stare zitta come lui le aveva chiesto. Lui non si fermava però, continuava con sempre maggiore furia e lei gridò: -basta! Non voglio più...ho detto fermati!- Ma lui non la sentiva. Continuò ancora per un po', poi si fermò improvvisamente. Seria pensò che forse si sentiva appagato e l'avrebbe lasciata libera. Aveva gli occhi lucidi, e immaginava i segni rossi sulla schiena. Si sarebbero visti da qui in capo a una settimana e mezza, quando si sarebbe dovuta ricoverare per l'intervento al seno? Il pensiero fu interrotto da un lampo di dolore ad una gamba. La ritirò instintivamente. Si girò. Lui aveva in mano un lungo ago da materasso e l'aveva punta. -No- biascicò lei. -Ancora un po'-disse lui. E le punse anche l'altra gamba, poi le salì sopra immobilizzandola e affondò l'ago nel sedere. Lei gridò. Lui incurante si sollevò e prese dal suo zainetto un preservativo. Lo indossò su una vistosa erezione. Era completamente nudo, ma Seria non si era accorta quando si era spogliato. Probabilmente tra una frustata e l'altra. Le allargò le gambe e appoggiò il suo pene all'anello grigio. Il preservativo era lubrificato, lei avvertì una sensazione di umido e fluido. Lui spinse e penetrò con forza dentro di lei. Gemette. Prese a muoversi sinuosamente e sempre più velocemente. Pochi minuti e si irrigidì mugolando. Poi uscì, si tolse il preservativo e con metodo cominciò a rivestirsi. Mise con cura a posto ago e frusta. Seria era rimasta in silenzio, dolorante sul letto, con la testa rivolta verso i biglietti da cento sul comodino. Lui si sistemò la giacca, poi aprì le manette con la chiave che Seria aveva poggiato precedentemente sul cuscino e senza dire nulla uscì da casa sua. Seria sentì la porta d'ingresso chiudersi. Restò con gli occhi sbarrati, ansimante sul letto, ancora con le gambe divaricate. Non osava sollevarsi per non guardare cosa Alfredo le aveva fatto. Sentiva che dal sedere e dai polpacci rivoli sottili di sangue scendevano sulle lenzuola. Si velarono gli occhi di lacrime. Avvicinò con lentezza esasperante le gambe al torace. Le piegò a piccoli scatti, come se fosse troppo affaticata per muoversi in modo più disinvolto. Alla fine si piegò in posizione fetale e si circondò con le braccia. Lo sguardo si posò sui polsi arrossati e sul petto dove c'era un oscuro vuoto. -L'ho voluto io, gli ho detto sì - mormorò pian piano - è solo colpa mia-. Poi chiuse gli occhi e due gocce calde scesero dalle guance al cuscino. Riaprendoli fissò le banconote sul comodino. Allungò un braccio e con le dite le prese stropicciandole nella mano che si era chiusa a pugno. Se le portò sul cuore, dove c'era il vuoto che avrebbe colmato a breve. Lasciò i soldi lì, mentre desiderava solo dormire e dimenticare il dolore che cominciava a diffondersi per tutto il corpo. Mentre si addormentava sentiva la melodia di una canzone che amava. Lo stereo si era spento da solo dopo che il cd era arrivato alla fine e le candele cominciavano a languere, sciolte scompostamente nei piattini di ceramica grigia dove Seria le aveva poggiate. Nelle sue orecchie c'era solo silenzio, nella testa la voce graffiante di Gianna Nannini che sovrastava tutto quel dolore e i pensieri cupi che voleva solo rimandare al giorno dopo. La tua pelle è la mia pelle
che colore più non ha
sono sangue nel tuo sangue
una sola anima
la tua storia è la mia storia
i miei occhi sono i tuoi
la mia ora è la tua ora
il destino che non hai
vola vola vola vola vola la testa
vola vola vola chi mi porta via
vola vola vola
mi hai dimenticata
tu non mi conosci sono appena nata
contaminata
sono contaminata
ora che sono nata
io non so dove sono
io non so da dove vengo
l'infinito vaga dentro
io non ho nemmeno un segno
vola vola vola vola vola la testa
vola vola vola chi mi porta via
vola vola vola
mi hai dimenticata
tu non mi conosci sono appena nata
non importa più chi sono io
rassomiglio ad una goccia d'acqua
fa che nel deserto piova io
goccia d'acqua che fa traboccare il mare
contaminata
sono contaminata
ora che sono nata
polvere di luna che si perde nel tempo
voce radioattiva della civiltà
fuoco nucleare che respiro nel vento
anima ribelle che si libera
come una canzone che si perde nel tempo
voce radioattiva della civiltà
fuoco nucleare che respiro nel vento
anima ribelle che si libera
non importa più chi sono io
rassomiglio ad una goccia d'acqua
fa che nel deserto
piova io
goccia d'acqua che fa traboccare il mare
contaminata
sono contaminata
ora che sono nata
vola vola vola vola vola la testa
vola vola vola chi mi porta via
vola vola vola
mi hai dimenticata
tu non mi conosci sono appena nata
contaminata
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lunedì, 11 settembre 2006
"Rivestiti, dai" "Così presto? Neanche un po' di coccole?" "Ma che coccole!". E mi alzai dal letto per prendere i suoi vestiti e gettarglieli addosso. Non avevo voglia di guardarlo negli occhi, di averlo lì, di far finta che mi interessasse in qualche modo. "Va bene, ho capito. Ecco, sono 500 euro, come avevamo stabilito, tutti tuoi". Prese cinque banconote da cento e me le lanciò sul letto. Poi cominciò a rivestirsi dandomi la schiena. Maglietta nera, jeans nero. Giacca in tinta. Capelli rasati corti. "Era uno sfizio o ti piacciono quelle come me?", domandai ingenuamente, osservando la linea perfetta del suo collo giovane e la giacca di tessuno fine che vi aderiva. "Mi piacciono i mostri. Tu lo sei", e scoppiò in una sonora risata. Non si era neanche voltato a rispondermi. Tirai su il lenzuolo e mi coprii il seno. L'unico che avevo finchè l'operazione prevista da lì a poche settimane non avrebbe riportato tutto alla normalità, cancellando i segni di un passato e una natura che rifiutavo insistentemente. "Ciao Seria, è stato bello", disse lui, con un ghigno da vampiro sulle labbra. Io sostenni lo sguardo, guardandolo uscire e chiudere diligentemente la porta, mentre mettevo via i 500 euro, frutto di un'oretta di lavoro in una squallida stanza di un motel. Era da tempo che non lo facevo più, ma ora ne avevo bisogno e la mia condizione di freak mi permetteva di sondare terreni nuovi di più squallidi clienti. Avevo bisogno di soldi, le medicine e le operazioni si erano mangiate tutto. Quei 500 euro mi servivano per l'affitto e gli altri due clienti previsti per il giorno dopo erano necessari per le bollette e la spesa. -Altri due-, pensavo, - cazzo, perchè mi riduco sempre così?-. Quella sera avrei vomitato, e così sarebbe stata la sera dopo ancora, fino a quando un intervento non avrebbe riportato la normalità nella mia vita: il mio lavoro al club come spogliarellista e lap-dancer e quello, saltuario, per la piccola casa editrice. Il dolce pensiero del mio sogno recondito mi diede la forza di rivestirmi e andare via senza pensare a quel coglione che mi infilava il suo cazzo su per il culo. 
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venerdì, 01 settembre 2006
Sei quello che alla festa mi fissava e io fingendo ingenuità arrossivo e abbassavo lo sguardo facendo la puttanella. Mi hai rivolto la parola, con frasi brevi e dirette, accento marcato e poca cultura da esibire. Io, bisognosa di chiacchierare vivaci con un uomo dopo un periodo piuttosto lungo di problemi personali ho colto la palla al balzo e ti ho dato corda. Così siamo usciti qualche volta, mi hai accompagnata in giro per sentieri, quando il tuo lavoro di benzinaio dell'unica stazione di servizio della montagna te lo permetteva, o al pub di sera, per una cioccolata calda in mezzo ai turisti. Sei stato gentile, e io, avvolta nei maglioni larghi per nascondere la mia deformità, sono stata felice di godere della tua compagnia. Un giovane bello, di poco più di vent'anni, con il futuro già scritto passato a riempire di gasolio e super le auto di chi arriva o parte da queste vette. Confesso che qualche volta ho immaginato una possibile vita a due tra la neve, il sole e gli animali e mi ha allettato l'idea di una vita semplice. La famiglia che mi ospitava ha cercato di ignorare la nostra amicizia, poi G. ha preso il discorso e mi ha messo in guardia: non dovevo illuderti, lasciando credere ai tuoi occhi ingenui di avere a che fare con una puledra, mentre sono solo una iena. "Siamo solo amici", ho ribadito fintamente scandalizzata e i giorni sereni sono continuati. Fino a quella sera. Avevo notato nei tuoi occhi lampi particolare, diversi, brillanti di una consapevolezza nuova in certe occasioni, ma li avevo scambiati per affetto e ironia. In fondo, l'ingenua sono io. Quella sera, dopo una sapiente birra siamo saliti in macchina per intraprendere la stretta strada che si inoltra nel bosco e conduce alla baita. Tu eri silenzioso come al solito, io, complice la birra, ridevo e scherzavo. Il mio radar però era sempre all'erta e si accese istantaneamente quando decidesti di prendere un sentiero insolito. "Ti devo parlare", sentenziasti tu, "sai, io mi sono accorto che c'è qualcosa di diverso in te rispetto alle altre ragazze...sei particolare". Particolare, come no! "Giuseppe, noi siamo amici, meglio lasciar perdere questi discorsi e andare a dormire". "No, no, io voglio capire...mi sento strano". Intanto la tua mano ruvida aveva deciso di accarezzarmi la gamba e io, innocente sgualdrina di città ho sentito un brivido che non provavo da tempo. Mi hai acceso di desiderio, ma possibile che non ti eri accorto che non ero una ragazza completa e mi mancava addirittura un seno? Tordo fino a questo punto? "Giuseppe, io non sono come le altre, non so se lo hai capito. Non voglio rovinare questa serata, dai, ritira la mano", mentre allargavo impercettibilmente le gambe e pregavo perchè ti inoltrassi sotto la gonna di flanella rossa. "Pino, lo sai che devi chiamarmi Pino" e dicendo questa storica frase la tua bocca si stampò sulla mia e una lingua spessa e rasposa prese ad esplorare. La mano cercò il frutto segreto che nascondo tra le gambe e io trattenni il respiro in attesa della sorpresa inevitabile con cui presto fare i conti. Eccolo. Le tue dita scorsero l'insolito tubero che nascondo, lo accarezzarono e infine scostarono le mutande per prenderlo saldamente in mano. Il tuo viso si allontanò di una ventina di centimetri e mi fissasti pallido e con le labbra un po' dischiuse. Nessuna parola. Io trattenevo il fiato. E poi, quella sorpresa fui io. Riprendesti a baciarmi con voluttà e la tua mano, invece di ritrarsi schifata continuò ad accarezzare la mia sessualità. Mi lasciai andare, decisa a non chiedermi nulla per un po'. Mi alzasti la gonna, calandomi lesto le mutande e cominciasti a masturbarmi, mentre con una mano ti aprivi la patta dei jeans e scoprivi un membro duro e decisamente affascinante, che purtroppo non avrò modo di toccare. Poi lasciasti le mie labbra e poggiasti le tue in mezzo alle mie gambe, dove si erge la colonna infame. Minuti lunghi quanto mille soprese che si ripetono in un loop senza fine. Ruoli inediti, scomposti, surreali, mentre i faggi del bosco ci osservavano attraverso la luna. Stupiti anch'essi. E poi il silenzio. Rimanesti accoccolato sulle mie gambe, mentre io fissavo le fronde misteriose degli alberi. E a rompere la magia fui io, colta dall'ansia e da un'illuminazione. "Pino, sei gay, vero?" "Boh, mi sa di sì." "Ora capisco perchè a volte vedevo nei tuoi occhi una strana luce, era quando ti incantavi a guardare un ragazzo che incrociavamo lungo il sentiero". "Io non mi voglio definire, non mi sento un ricchione, io sono io, Pino, e basta. Se i miei sapessero mi ammazzerebbero, pensa se mio padre immaginasse che guardo con lui le partite su Sky per poi farmi le seghe di notte, ripensando ai calciatori..." "E vuoi passare la tua vita a fingere?" "Non fingi anche tu di essere una donna quando invece hai l'uccello in mezzo alle gambe?" "Ma tu sapevi che sono un trans?" "Non ne avevo la certezza, ma comunque ho deciso di provarci, del resto, se fossi stata una ragazza non avrei avuto problemi. Ci vado con le ragazze, io". "Però la tua specialità è un'altra: succhiare" "E non solo. So fare di meglio" "Ok, meglio non entrare nei dettagli. E ora, che ne sarà di noi?" "Ora ti riporto alla baita. E un giorno ti vengo a trovare, così mi fai fare un giro turistico per la città" "Contaci!" E ci baciammo con un sorriso in bocca, prima che la panda 4x4 rombasse squarciando il silenzio e illuminasse, disturbandoli, i faggi di montagna.
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lunedì, 01 maggio 2006
Stanca di farlo in macchina: si sta scomodi, è impossibile muoversi a dovere per ricercare il piacere e poi ho già avuto brutte esperienze. Ieri sera, tornata a casa, mi ero già lavata i denti e spogliata per andare a letto quando il cellulare squilla per avvertirmi dell'arrivo di un messaggio. Controllo l'orologio: è la una e un quarto, chi rompe a quest'ora? Leggo le parole sul display, distolgo lo sguardo, fisso il letto e poi rileggo quell'Sms. Rispondo, poi mi infilo un paio di jeans e una maglietta, spruzzo un po' di profumo ed esco. A piedi, visto che la notte è fresca e accogliente. Devo fare poche centinaia di metri per arrivare al suo portone. Suono. Piano perchè non voglio disturbare i vicini. -Sali- fa una voce che riconosco. L'androne freddo, da vecchia casa mi accoglie al buio e io, nella penombra rischiarata dai lampioni che filtrano dalle finestre salgo i gradini due a due. Al secondo piano mi accorgo che la porta è socchiusa. Entro senza dire una parola. Lui è lì, con addosso solo un paio di jeans senza cinta. Nudo dalla cintola in su. Bello, con la sua carnagione chiara, i pochi muscoli ben posizionati, il viso squadrato e pochi peli radi. -Allora?Come va?- mi dice. -Bene. Che si combina da queste parti?-gli dico io mentre mi avvicino pronta a baciarlo come facciamo tutte le volte che ci vediamo. Ogni due mesi circa, quando uno di noi ha voglia di una bella scopata disimpegnata. Non sono innamorata di lui, anche se è quello che scopa meglio, che mi faccio più volentieri, che coccolo un po' prima di lasciare tra le sue lenzuola che profumano di me. -Si stava per andare a letto...- fa lui prima di baciarmi con la bocca calda. -Solo?- dico mentre le mie mani gli accarezzano il culo sodo. -Non da solo, con me -. Mi volto. Una voce arriva dalla poltrona nell'angolo. Non mi ero accorta che c'era un'altra persona nella sala. E' una ragazza in minigonna, con un top stretto e molto truccata. Sembra una puttana. Io guardo Giorgio con aria interrogativa e vagamente schifata. Lui alza le sopracciglia e fa una smorfia. -Chi cazzo è questa?- -Un'amica...mi dici sempre che una tua fantasia è farlo con una donna...ora è qui, si può fare a tre, no? Dai...- mi stringe con le braccia e io cerco di divincolarmi. -Perchè non me lo hai detto prima, stronzo?- mi libero dalla sua stretta e distolgo lo sguardo da quei due. Voglio andarmene. -Dai Seria...provaci almeno...- Lei si alza e si avvicina a lui. -Ascolta, perchè non cominciate voi due? Io guardo, poi se ti va mi unisco a voi...se non vuoi vi guardo solo-. Ci rifletto un attimo. La troia non è scema dopotutto. Ok ci sto. In tre passi sono da lui. Gli stampo un bacio in bocca e lo porto nella camera. Lo butto sul letto, mentre lei ci segue e si accascia su una sedia accavallando le gambe. Mi sfilo la maglietta. Lo bacio, poi con la lingua vado sul suo capezzolo. Lui mi spinge una mano sul culo. Forte, mi fa gemere. Ci togliamo i jeans, gli slip, il reggiseno. Tutto. Lui ci sa fare. Scopa da dio. Dopo qualche minuto di preliminari sul letto, Giorgio afferra da un cassetto una scatola di preservativi. Ne prende uno, lo infila velocemente. Ha un bel cazzo di venti, ventidue centimetri, chiaro e con una grossa cappella. Sembra fatto apposta per incularmi. Mi gira, mi fa mettere a gattoni e appoggia il suo gran cazzo sul mio buco. Non mi penetra, non ancora, anche se io avverto fitte di piacere inondarmi. Sento il calore del suo cazzo, le sue mani che intanto mi prendono i seni. Poi comincia ad entrare, lento, delicatamente. Tutto in me. Si comincia a muovere, mentre i nostri respiri si fanno un unico gemito. Apro gli occhi e me la trovo davanti. Mi fissa con due occhi color carbone, che risaltano alla luce fioca dell'abatjour. Si toglie il top, cade la minigonna. Non ha mutande, ma solo due autoreggenti. Si avvicina e Giorgio ansima più forte. Si distende sul letto a faccia in su. Intuisco cosa vuole fare. Allargo le gambe. Lei scivola sotto di me. Poi la mia figa bagnata si inumidisce di un fluido nuovo: la sua saliva. Me la succhia con voracità, mentre io mi trovo davanti la sua e voglio provare un gusto proibito. Giorgio spinge sempre più forte. Il suo arnese grosso e lungo è entrato tutto, anche se lui continua a muoversi lentamente e sinuosamente, vuole durare il più a lungo possibile. Io assaporo gusti nuovi, invitandi, strani e vagamente rivoltanti. Sollevo la testa quando lui e lei si fanno più pressanti, quando lui prende ad andare più lesto e la lingua di lei è tutta nella mia figa insieme a due dita. Godo e mi accorgo di urlare, mentre il piacere mi impedisce di controllarmi. Poi finisce. Giorgio viene tra i gemiti e lei si stacca lentamente da me e sguscia via da sotto. Restiamo sul letto. Tutti e tre per qualche minuto. Chiudo gli occhi e il battito del mio cuore è assordante nelle orecchie. Quando li riapro scorgo loro due abbracciati. Nel silenzio mi sollevo, afferro le mie cose ed esco dalla stanza. Mi rivesto in sala. Sono indecisa se andare via senza salutare. Lui arriva. E' ancora nudo. -Io vado via. Quella è la tua ragazza?- -Sì- -Bene. Ciao- Esco senza guardarlo in faccia. Chiudo la porta dietro di me e scendo le scale con il taglio delle mie labbra rivolto in giù.
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giovedì, 27 aprile 2006
Entro in chiesa. Non lo facevo da un pezzo, avevo voglia di ritrovare quell'odore di fresco e mistico che emanano le pareti e le candele accese. E poi fuori faceva molto caldo, mi andava di riposarmi un po'. Nella penombra ho cominciato a guardare gli affreschi, le statue, ad aggirarmi lentamente come una turista. Poi mi sono seduta su una panca a metà della navata. Ho assaporato il silenzio e chiuso gli occhi. Non c'è nessuno in questa chiesa, è vuota e maestosa. Mette una piacevole malinconia. Una porta da qualche parte cigola. Si apre, poi si chiude con un tonfo sordo. Un prete giovane, sui quaranta, breviario in mano, attraversa la navata, mi guarda, io sorrido timidamente, poi distolgo lo sguardo per incontrare l'enorme crocifisso su in alto. Se ritiene che io stia pregando non mi disturberà, penso. Non è così, il prelato si ferma accanto a me, si siede e resta in preghiera qualche momento, poi sussurra: "ti va di recitare l'ora media con me?". I miei trascorsi da chierichetta si risvegliano improvvisamente. Arrossisco e faccio sì con la testa. La trasgressiva Seria che prega con un prete, questa cosa non si era mai vista. "Signore vieni a salvarmi.." inizia il sacerdote e io dietro di lui. Preghiamo quei dieci minuti necessari per i salmi di mezzogiorno poi cominciamo a parlare del più e del meno: dei miei studi, della mia voglia di scrivere, finchè il discorso non cade sul sesso. Il don pensava di trovarsi davanti un'educanda e ho visto il suo viso accendersi quando ho iniziato a raccontare qualche mia esperienza. "Ma non ti senti usata? Così ti getti via!" "E' quello che voglio...voglio donare il mio corpo, mi va di offrirlo, mi piace dare piacere e prenderne!". "Così ledi la tua dignità e il corpo che il Signore ti ha donato..." "Perchè padre? Se il mio corpo è un dono io voglio farne partecipi tanti...", e accenno una risata soffocata con le mani. Lui sgrana gli occhi, sorpreso dalle mie parole. Poi gli parlo di Carlo e Massimo, gli ultimi due uomini in ordine di tempo, gli racconto delle auto, delle persone delle quali non ricordo il nome, dei cazzi ai quali non collego neppure un volto. Lui freme sulla panca, lo sento agitarsi e con una gamba, forse inavvertitamente, sfiora un mio ginocchio nudo che si scopre quando il vestito sale un po'. Mi accorgo che lui guarda maliziosamente le mie gambe, stenta un po' a parlare, ma continua con il discorso sulle meraviglie della castità, del sesso come dono esclusivo per il mio futuro sposo (ma quale? penso io), della Maddalena che fu redenta dal Cristo e della vita claustrale che forse è una possibiltà da non scartare per chi come me ha una vita dissoluta. "Ma io voglio una vita dissoluta...io sono ingorda di vita, la voglio sentire scorrere nelle vene...e anche tra le gambe" Lui mi guarda negli occhi, poi poggia una mano sul ginocchio scoperto e sale su. Silenzio tra di noi. Sorrido maliziosamente. "La clausura eh? La castità...padre, ma la faccia finita, si trovi qualcuno con cui scopare e lasci perdere le monachelle..." Mi alzo in piedi lentamente. Afferro la mia borsa e faccio per andare via. Poi mi volto, mi guardo intorno e fisso il prelato: "un regalino per lei padre..." Alzo il vestito fino ai fianchi, poi mi abbasso le mutandine per qualche secondo. Lui sgrana ancora di più gli occhi e apre la bocca meravigliato. Tra le sue gambe scorgo un rigonfiamento sospetto e invitante. Poi mi ricompongo e senza guardarlo negli occhi mi giro ed esco dalla chiesa con i suoi occhi ancora addosso e la soddisfazione nel cervello e tra le gambe.
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martedì, 18 aprile 2006
Una baita in montagna e un manipolo di ragazzi e ragazze desiderosi di passare una bella giornata di svago. Il tempo non è dei migliori per passeggiare e allora tutti insieme ci mettiamo a cucinare. Arrosticini, salsicce, pasta... io mi occupo della pasta insieme alle due ragazze, mentre i quattro maschi fanno i cacciatori e manipolano come devono la carne. Il pranzo si consuma intorno ad un tavolo tutti insieme. Io sono a capotavola, le due coppiette sono sedute in fondo e i due bei ragazzi che non conoscevo fino a questa mattina sono vicino a me. Sono singles, e ho il sospetto che le mie amiche li abbiano invitati per il mio svago...che care! Facciamo subito conoscenza, e scopro che sono anche due ottimi partiti: Massimo e Carlo sono di un paese vicino alla mia città. Uno da poco, a dire il vero, è stato lasciato da quella zoccola della sua ragazza e ancora si lecca le ferite. Mi chiedono di me e io racconto loro dei miei studi... di come tento di scrivere un romanzo dopo che alcuni racconti sono entrati a far parte di un'importante antologia...evito di parlare della mia passione per il sesso forte, visto che oggi ho voglia solo di stare serena e tranquilla. Il pranzo scorre lentamente, ma finalmente si arriva al dolce e al caffè. Il tempo ha retto, non ha piovuto e non sembra minacciare pioggia, così le due coppiette decidono di uscire per fare quattro passi. Io lavo i piatti, novella cenerentola e il padrone di casa e il suo amico sistemano il fuoco ancora acceso. Insapono e sciacquo dando un'occhiata a domenica in...quando sento un grido. Esco fuori e vedo Carlo che si regge la gamba, mentre Massimo butta acqua sul fuoco che sta divampando sull'erba secca. La fornacella si è rovesciata e Carlo si è scottato ad una gamba. Massimo doma le fiamme con il sifone e rapidamente si spegne. Portiamo dentro la baita Carlo e lo facciamo sdraiare sul letto. Lui si toglie i jeans e io do un'occhiata all'ustione che non sembra grave... no,basta una pomatina. Massimo prende il pronto soccorso e io comincio a spalmare la crema. Carlo lancia qualche sguardo di dolore, ma dopo qualche secondo mi accorgo che nei suoi slip il dolore si è trasformato in piacere e anche Massimo mi osserva in modo diverso da prima. 33 e 32 anni. Uno è un commercialista, l'altro impiegato. Belli e palestrati ma senza esagerare. Mori. Guardo l'ora...quei quattro non saranno di ritorno prima di un'oretta... la mia mano comincia a salire...dal ginocchio alla coscia pelosa e poi si avvicina agli slip odorosi. Carlo scoppia a ridere: "che scema che sei..." e anche Massimo ride... "Beh..direi che è a posto..aspetta un attimo che si assorbe la crema..." e mi alzo... Massimo scherza e si butta sul letto..."uuuhhhh anche a me brucia...come brucia..." "e cosa ti brucia a te?"..dico io sorridendo, braccia sui fianchi e sguardo finto torvo. "Quiiii"...fa lui e si contorce mentre si afferra il pacco... Carlo resta qualche attimo impressionato, poi segue il suo amico, si afferra il cazzo ancora negli slip e si contorce anche lui.."uuuhhh,anche a me fa male..." Io rido...poi mi faccio seria..."allora serve una cura..." Mi butto sul letto e loro si immobilizzano. Sono stupiti, eccitati, sconvolti da questa ragazza che ci sta e non si fa troppo pregare. Io avanzo dal fondo del letto e con le mani accarezzo le loro gambe. Dai polpacci salgo alle cosce. Mi fermo sui jeans di Massimo. Slaccio la cinta e glieli sfilo.. porta boxer bianchi larghi, non il massimo, ma lasciano intravedere peli pubici e i genitali eccitati. Io sono in mezzo a loro. Con una mano accarezzo un cazzo e con l'altra i testicoli dell'altro. Loro sono silenziosi. Poi si spogliano...Via gli slip, via i boxer. Io mi tolgo i jeans e la maglietta. Carlo mi accarezza il culo con vigoria e Massimo mi prende per le tette e mi bacia con la lingua. Io accarezzo i loro cazzi scuri. Massimo scende improvvisamente dal letto e torna con una scatola di preservativi. Se ne infila lesto uno, poi passa la scatola a Carlo che non perde tempo. Ora ho due bei cazzoni incellofanati davanti a me. Massimo si stende sul letto, io gli salgo sopro e faccio entrare il suo cazzo nella mia figa...mi comincio a muovere su e giù. Carlo non vuole rimanere in disparte...e mi viene dietro. Capisco cosa vuole. Mi piace. Mi sdraio su Massimo, mentre piego le gambe e gli mostro il mio culo candido. Lui si avvicina, punta il cazzo e spinge. Dolore leggero, prima di avvertire un piacere intenso. Mi sento piena. Carlo comincia a spingere e io lo assecondo mentre sento anche Carlo dentro di me...Le mie mani sono sul petto di Carlo e la mia lingua è avvolta alla sua, mentre quello che mi è dietro mi strizza le tette e i capezzoli. Sento i nostri ansimi. Sento i loro membri sconquassarmi il bacino e inarco la schiena per il piacere. E' una meraviglia dominare e sentirsi dominati...avere due uomini che mi desiderano e vogliono possedermi. Sono la loro schiava...e ho più di un orgasmo...mentre i due mi stantuffano per bene. Carlo viene per primo. Lo sento perchè l'orgasmo lo fa quasi gridare. Resta dentro di me quando anche Massimo alza lo sguardo e mi stringe forte. Ho due membri sborrati e ancora caldi e pulsanti che hanno riempito i miei buchi. Poi escono fuori entrambi, gettano i preservativi nel cesso e io mi do una sciacquata. Non diciamo nulla fino al ritorno delle due coppie, sorridenti e con il caffè per noi tre in un thermos. Allora l'atmosfera tra me e i miei due scopatori torna ad essere amicale, ci scambiamo battute e ridiamo. Ogni tanto però, li noto scambiarsi uno sguardo di intesa e in me si riaccende la nostalgia di quel che è stato.
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sabato, 01 aprile 2006
Mi ha guardata per tutta la durata dell'esame. Sono la terza in lista e da subito mi sono sentita gli occhi addosso. Anche quando davanti a lui c'erano gli altri due. Poi sono andata io e io ho visto quello sguardo che mi ha lumato dalla testa ai piedi. Ho sorriso compiaciuta e mi sono seduta, accavallando le gambe avvolte dai jeans aderenti e sporgendomi di lato. Il giovane assistente forse ha capito che si poteva concludere qualcosa e mi ha preso il libretto soffermandosi sulla mia foto. Io lo guardo con occhi da cerbiatta e aspetto una sua mossa. "Vediamo se sa conquistarsi un altro trenta!" "Certo...sono diligente io..." e rido. Lui comincia l'interrogazione, ma non sembra interessato a ciò che dico, mi guarda le tette e non riesce a staccare gli occhi dalle due gemelline. Io per tutta risposta respiro, mi sistemo la maglia e gliele mostro generosamente. Il mio esame dura meno di quello degli altri due, che nel frattempo sono andati via lasciandoci soli. Lui apre il libretto, lo guarda, poi fissa me, io gli sorrido. "La sua materia mi ha interessato parecchio sa, vorrei approfondirla..." "Si può fare, se lo desidera" "Davvero, professore? Magnifico. Quando?" "Anche oggi...non ho molto da fare dopo il suo esame. Se vuole può venire nel mio studio" "D'accordo" "Intanto si prenda questo bel trenta" Firma. Firmo. Io riprendo i miei libri e usciamo dall'aula. Lo seguo su per le scale e noto un bel fisico sotto quei pantaloni e quella giacca un po' da vecchio. Il suo studio è piccolo ma pulito, c'è una scrivania e un paio di poltrone. Si siede e mi fa cenno di accomodarmi. "Allora, di cosa vuole parlare?" "Beh...non so, mi ha molto colpito il suo modo di insegnare, di parlare...ha una voce che convince..." e sorrido. "Non me l'aveva mai detto nessuno. In genere le belle ragazze fanno altri tipi di complimenti" dice lui e mi sfiora un ginocchio con fare incurante "Se vuole glieli faccio - dico ridendo - dunque, è affascinante, un bel ragazzo, colto, e dovrebbe essere anche prestante sotto quella giacca" "Dovrei? Sono prestante!" "Controlliamo", dico io. Lui mi guarda un attimo sorpreso, poi si alza e io noto un'erezione in corso. Si sfila la giacca e resta in maniche di camicia. Mi alzo anch'io e accarezzo spalle e pettorali. "Sì, molto ben definito, complimenti. Mi è venuta voglia di verificare anche il resto. Posso?" "Certo....faccia quel che vuole. Sono a sua disposizione" Io con le mani sbottono un po' la camicia. Che bel petto villoso... poi scendo al punto vita e slaccio la cintura. Mi inginocchio, sbottono e tiro giù la zip. Boxer blu di marca e un rigonfiamento notevole. Abbasso le mutande. "Aspetti" dice lui, e con un salto chiude la porta a chiave. Poi si siede. Io sono sopra di lui. Il membro è turgido ed eretto. Lo masturbo un po', lui intanto accarezza le mie tette e si allunga per toccarmi il culo. Mi piace. Prendo a succhiarlo con passione. Su e giù, su e giù. "Voglio il culo", mi fa. Bene, mi piace. Mi faccio tirare giù i calzoni, poi gli monto sopra e mi posiziono. Mi muovo un po' lateralmente sfregando il suo cazzone. Lo sento gemere. Poi mi prende per le spalle e mi spinge. Cedo e sento il suo cazzo che mi penetra. Qualche istante di dolore, poi è dentro e ansimiamo. Comincio a muovermi. Dapprima lentamente, poi sempre più velocemente. Ogni tanto rallento per farlo respirare. Sono brava nel non far venire un uomo. Ci sa fare con le mani, mi tocca dappertutto, compreso nella figa, dove infila mezza mano. Io vengo. Lui intanto geme sempre di più. Aumento l'andatura. Al galoppo. Poi lo sento quasi gridare, sta venendo dentro di me. Eccolo. Resto qualche istante spompata sopra di lui. Poi mi sollevo e comincio a rivestirmi. Lui non dice una parola. Allora parlo io: "chissà se ci hanno sentiti" "No, a quest'ora non c'è nessuno qui al secondo piano...". Capisco che non è la prima volta che scopa qui dentro e gli faccio l'occhiolino. "Se ti va puoi fare la tesi con me, ho visto che hai quasi finito..." "E' un'idea...ci penserò professore" "Ma che professore - fa lui, che mi si avvicina e mi bacia con la lingua - chiamami xxxxx" "Beh, xxxx, ci sai proprio fare...". Gli prendo i glutei nelle mani e glieli strizzo mentre lo bacio con molta passione. "Vado..." dico, ma prima di aprire la porta ancora chiusa con la chiave nella toppa prendo un foglietto e scrivo il mio nome e numero di telefono. "Quando hai voglia di un'altra cavalcata fammi uno squillo..." "Non mancherò - dice lui con un bel sorriso compiaciuto - del resto ci dobbiamo anche sentire per la tesi" "...anche..." ed esco con la borsa dei libri al seguito e il culo indolenzito
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D e s c r i p t i o n
Io sono così: transitoria e transgender, talentuosa e tarata, brillante e sboccata.
A
b o u t M e
![]()
Nome: Seria Loves
Io non sono una ragazza. Ma neppure un uomo. Non come intendete voi, per lo meno.
Basta finzioni, basta paure, io sono qui con un sorriso finto e un pisello vero.
N e w s
Lo so, sparirò in un collage colorato di stelle
C l o c k & C a l e n d a r
C o u n t e r
da queste parti *loading* cuori pulsantiD i n o t t e s p e c i a l m e n t e
D r e a m s
Prendi il mio cuore e regolalo con il ritmo del tuo
C a t e g o r i e s
bellavita
dolore
dvd
erotica
gay
incontri
lavoro
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M i A m a n o
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