
giovedì, 05 aprile 2007
-2 A Milano ricominciai con ciò che sapevo fare, l’unico mestiere fatto per quelle come me. Avevo bisogno di soldi e il motel dove avevo preso ad abitare ne succhiava un sacco. Avevo paura, in strada ci andavo poco e se quelli che si fermavano non mi convincevano non salivo sulle loro auto. Non volevo rischiare e stavo lontano anche dalle zone più trafficate per il timore che qualche magnaccia volesse ingaggiarmi nella sua concessionaria di auto truccate. Facevo la fame, finché conobbi Mario, professore universitario pervertito ma non troppo, stronzo e inopportuno, ma in fondo generoso, che aveva una madre anziana a casa, un fracco di soldi da spendere e una sola voglia: vedermi nuda mentre mi masturbavo. Facile accontentarlo nella squallida stanzetta del motel e contemporaneamente chiedergli di leggere qualche mio raccontino. Scontato il suo entusiasmo per le mie storie senza né capo né coda. “Non farmi complimenti Mario, tanto lo sconto non te lo faccio!”, dicevo io. Ma lui parlava sul serio e mi trovò anche un contatto, quello con la casa editrice romana che mi ha portato in giro per anni, assicurandomi la pubblicazione dei miei scritti in cambio di mie collaborazioni come editor. Pochi soldi, ma dovevo mettere a frutto il mio talento per le parole correggendo i testi dei più fortunati, o raccomandati “colleghi” scrittori. Prima o poi sarebbe toccato anche a me pubblicare, dicevano. In realtà non faceva comodo una transessuale che scriveva storie d’amore d’altri tempi. Mi sento portata per i romanzi d’amore, stile Harmony ambientati nell’800 o sotto le due guerre, con quei contesti romantici e sfortunati a fare da contraltare a sentimenti forti, puri e complicati. Mi hanno illusa per anni, ma alla fine ci sono arrivata da sola alla verità: niente libri da pubblicare, solo una collaborazione come editor o copy e, in certi casi, di ghost writer. Io sognavo ad occhi aperti, e comunque era una buona occasione per me che non avevo nulla da perdere, così mollai tutto di nuovo, quel poco che avevo nel motel milanese per approdare al sole di Roma, dove ho vissuto fino a pochi mesi fa. Il lavoro come editor da casa non bastava, ovvio, con quel poco che pagavano (a cottimo, come con i bambini indiani che cuciono palloni) e le sempre più scarse prospettive di lavorare seriamente con loro. Mi capitò un’occasione per debuttare in un night club. Niente prostituzione, solo show! Mi sono esibita per tanto tempo tre sere a settimana come lapdancer, in mezzo ad arrapati, curiosi, nuovi amici e spregevoli caricature di uomo. Non è mancato qualcuno che mi ha offerto lauti guadagni in cambio di una isolata prestazione sessuale. E io ho accettato, che mica si trovano per strada i soldi! Una casetta in affitto in periferia, i miei genitori ad appena 150 chilometri, da andare a trovare una volta al mese per riallacciare un freddo ma necessario rapporto, l’iscrizione all’università per fare qualche esame ogni tanto se l’imbarazzo non è troppo. Per completare l’idilliaco quadretto qualche selezionato cliente: persone rimorchiate al club, innamorate della mia danza allusiva, desiderose di trasgredire a quella vita troppo normale per non essere noiosa. Io avevo un bisogno incessante di arrotondare i magri guadagni e allo stesso tempo coltivare un’insana passione: la mia fosca e movimentata esistenza caratterizzata da interventi chirurgici per avvicinarmi al modello che non raggiungerò mai. Un modello al quale mi sono accorta di non volere neppure più assomigliare. Una vita descritta alla rinfusa tra queste righe, nelle pagine virtuali di un blog doloroso ed eccitato. Quando il bisogno di denaro si è fatto impellente, dopo l’improvvisa operazione al seno, sono tornata a concedermi senza riserve, ricevendo per lo più in casa, avvalendomi della popolarità acquisita con le mie esibizioni al night e guadagnando non poco. Quello che mi serviva per scappare ancora, questa volta da chi intendeva mettersi sotto contratto riducendo, però, la mia libertà. Perché questa tardiva confessione? E’ Wolf a costringermi a guardare indietro. L’abbiamo fatto entrambi per metterci a nudo e vedere che si può fare di questa reciproca attrazione, di una storia che vuole decollare senza che noi passeggeri possiamo assicurarci a delle cinture. E’ un volo senza una meta il nostro, manca un pilota esperto, il motore è stanco e usurato, ma orgoglioso. Non c’è alcuna comodità durante il viaggio, non passano neanche la colazione, è costante il timore di un dirottamento da parte di qualche malintenzionato. Io del resto sono estranea ad una storia che non si chiami “abuso” o mercificazione e Wolf è spaventato, ma non vuole ammetterlo, per quel che prova e le conseguenze che ciò può avere nella sua vita. Si tratta di decidere cosa vogliamo fare di noi due: io sono tentata di fuggire di nuovo, del resto l’ho fatto tante altre volte, rifugiarmi in me e nei tanti sogni che coltivo. Magari preparandomi ad un nuovo viaggio, sempre più lontano da quello che può farmi del male, o felice. La realtà di un amore nuovo, incolume e preoccupante preme, mi vorrebbe sull’aereo, in volo verso una terra lontana e misteriosa. ![]()

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martedì, 03 aprile 2007
-3 La sua mano è sul mio seno, il mio viso sfiora i peli radi del petto. E’ buio e io sono inebriata del suo odore buono. Non ho alcuna intenzione di accendere la luce e guardarlo negli occhi. Ho il terrore di scoprire compatimento, orrore, ribrezzo. Gli ho appena raccontato della mia vita da puttana, di ciò che ho fatto e subito in dieci anni vissuti pericolosamente. Lui mi stringe forte e appoggia le labbra turgide sulla mia fronte poi parla e quella frase detta con apparente noncuranza trafigge il terrore che mi ha sempre trasmesso il pensiero di qualcuno che mi sussurra piano: <I love you…>. Inghiotto la saliva che mi vuole tappare la gola, mozzo il respiro perché forse penso che non ho capito bene, ma la sua stretta è inequivocabile, più delle parole che ha appena pronunciato. E allora voglio sapere tutto adesso, cosa nasconde quella sua aria misteriosa e turbata, gli occhi scuri e profondi perennemente velati di malinconia. Lui sospira, non muove un muscolo e non accende l’abatjour. Bene, le storie devono essere raccontate così, nel buio più pesto, dove le immagini, belle e brutte, si formano nella mente senza essere turbate dalla forma delle cose intorno a noi. E Wolf mi racconta di sé, di quando da bambino sua madre e suo padre andavano d’accordo ma non troppo. Di un papà cattolico che era cresciuto in un collegio e si era sposato giovane per colmare quel bisogno di famiglia che non aveva mai avuto. Quel di cui aveva bisogno quell’uomo fragile era qualcos’altro però, non certo la responsabilità di una moglie e due bambini. Prese presto, infatti, ad uscire di sera, ad accampare scuse e accumulare bugie, fino all’evento di rottura che lo fece scomparire dalle loro vite. Wolf, sorella e mamma dovevano andare dai nonni per il weekend, mentre il papà restava a casa perché aveva un turno di lavoro al sabato mattina. Ma il venerdì sera, la mamma di Wolf si accorse di aver dimenticato le medicine per il diabete a casa e il marito, chiamato a percorrere i 25 chilometri che separavano le due abitazioni per portarle, non rispondeva. La donna, maledicendo il consorte, saltò sull’auto insieme al figlio e tornò a casa. Trovarono il giovane e fragile papà di Wolf con i collant della moglie sulle gambe pelose, mentre si faceva inculare da uno sconosciuto muscoloso. Lei fu lesta a chiudere a chiave il bambino nella sua stanza, ma le urla che udì lo segnarono per sempre. Rivide sue padre altre tre o quattro volte, poi ne perse le tracce. Sparì dalla loro vita. Wolf mi racconta questa storia con pudore e freddezza e a me scappa una lacrima. Lo abbraccio più forte, bacio le sue labbra calde. <Forse ti sei sentito attratto da me a causa di tuo padre e di quello che hai visto da bambino… sei rimasto traumatizzato>, dico sottovoce pensando che lui non mi vuole davvero, desidera solo quella parte di me che gli ricorda la figura paterna così pallida e vacillante. <Non mi psicanalizzare...se è così ben venga ciò che ho visto tanti anni fa… più ci frequentiamo più mi accorgo di volere te, non mi importa di come ti definiscono e quello che possono pensare gli altri, io desidero te e tutto il resto non ha importanza>. Lo bacio ancora, faccio scivolare la mano sul torace magro fino ad afferrarlo dove lui sa e faccio ricominciare la nostra inusuale danza.

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sabato, 31 marzo 2007
-4 Ho sempre amato scrivere. A sette anni il mio primo diario segreto, poi decine di scritti, poesie, racconti. Se non avessi un’autostima così bassa probabilmente avrei tentato seriamente di fare la scrittrice, ma è più facile illudersi di esserlo che sbattersi davvero per diventarlo, no? Il lungo racconto della mia vita è un luogo virtuale romanzato, nulla più nulla meno che l’incontro a metà strada tra i diari che scrivevo da bambino e quelle storie strane che adesso butto giù di notte, prima di dormire. In questa strage di luoghi comuni ho accennato distrattamente all’evento traumatico che mi spinse a tornare in Italia. A fuggire, un’altra volta. Non voglio scrivere una cronaca dettagliata di quella notte e non ho neppure intenzione di nascondermi dietro un’altra poesia, già sono troppe quelle che hanno costellato queste pagine. E poi non era certo una notte speciale, la solita rilettura del mito della fenice: distrutta, bruciata che rinasce dalle sue ceneri. Io sono stata uccisa sotto una luna piena, vicino ad un parco londinese da tre energumeni mandati da colui che voleva essere il mio protettore, che io rifiutavo per un sogno d’indipendenza e riteneva mi meritassi una lezione intimidatoria. E’ una storia che ha tanti anni quanto il mestiere che praticavo, fatto di pugni, calci, penetrazioni anali senza barlumi di sensualità o lubrificazione. La solita vicenda, il solito sangue, le già viste tumefazioni. E poi la paura, quella sì, ogni volta nuova e più intensa. Il terrore che ha l’odore marrone della terra e quello metallico del sangue che riempie la bocca dopo il primo cazzotto. La paura che non fa sentire neanche il dolore in mezzo alle gambe quando ti stringi più forte nella giacca, allunghi il passo guardandoti indietro e ti vergogni come un assassino se incontri un passante che ti guarda sbalordito. Quella paura che diventa angoscia e non ti fa uscire di casa per una settimana, finché non arriva Wonda con il suo sorriso finto e i capelli rossi corti e dritti, preoccupata per te ma senza darlo a vedere, che ti prepara la valigia, raccatta i soldi nascosti al sicuro e ti accompagna all’aeroporto: “se non vuoi sottostare devi scappare tesoro, non puoi rimanere qui”. E tu che ti senti una bambola di pezza muta e senza volontà, a cui neppure il dolore rammenta il fatto di essere viva, imbarcata su un aereo, destinazione Milano, dove uno sconosciuto amico di Wonda è pronto a raccogliere i cocci e assemblarli alla bene e meglio.![]()

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mercoledì, 21 febbraio 2007
Cara Seria,
mi chiamo Claudio e non so neppure perchè mi trovo a scrivere a te, forse perchè mi ha coinvolto la tua storia, il coraggio con il quale hai affrontato la vita, fatto sta che avevo una gran voglia di parlarti di me e ora ti invio questa mail. Io ho 25 anni, e sei mesi fa mi ha lasciato la ragazza con la quale stavo da sette. Ci siamo messi insieme in quarta con la Stefania e siamo stati inseparabili per tutto il periodo dell'università, fino a quando lei si è laureata prima di me e ha trovato subito lavoro.
Mi ha mollato per il suo principale, di dieci anni più vecchio di noi e pieno di soldi. "Sai Claudio, io ormai di vedo come un fratello minore, lui invece è un uomo", ha detto lei trattandomi come un coglione. Da allora ho smesso di studiare e passo le serate a bere con gli amici, un giro losco di gente drogata e dedica a traffici strani. Mi ci sono avvicinato tramite studenti amici e così ho cominciato a sbronzarmi tutte le sere e mescolarei insieme pasticche e altra roba. Passo il mio tempo sballato e di fare gli ultimi tre esami per diventare ingegnere non se ne parla proprio, per adesso. Mi fa troppo male il cuore e l'orgoglio brucia. Mi ha trattato da merda ed è meglio non persare troppo.
Ma perchè ti sto raccontando queste cose? Tu puoi davvero capirmi senza giudicarmi?
Claudio
Io non ti condanno, ma non ti assolvo. La tua Stefania è stata una stronza, ne convengo, ma capita (è una storia vecchia come il mondo) che due ragazzi che crescono insieme ad un certo punto si allontanano. E' stata lei a rompere il filo che vi teneva uniti, d'accordo, ma tu davvero non ti eri accorto che le cose tra voi non andavano più bene? Io non ho una gran esperienza di storie "convenzionali", sono sempre stata ai margini della vita, come ogni buon transessuale deve fare, ma non posso fare a meno di guardare con severità la tua scelta di buttarti via. Capisco lo smarrimento, il dolore dei primi momento, ma gliela dai vinta se ti riduci ad una larva per una persona che intanto si gode la vita.
Prova a chiederti se tu non hai dato per scontata la sua presenza, considerando lei un punto fisso della tua vita e poi magari giudica. Se puoi, non farlo, visto che vuoi che per te venga riservato lo stesso trattamento. Io sono l'ultima che può parlare di amore: ma l'amore deve essere innanzitutto rivolto a noi stessi e poi può aprirsi verso l'alterità. Un abbraccio.

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lettere, storie, dolore
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mercoledì, 14 febbraio 2007
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lunedì, 15 gennaio 2007
Wonda mi ha parlato di te, del dolore, della malattia, subdolo inganno che ti trascina in una spirale infinita. Io ti ricordo, eccome. Non sapevo e non potevo sapere. Davanti al tuo letto, al cattivo odore, a quegli occhi grandi, allo scheletro che si intravede sotto le coperte, a ciò che è stato e non è più, al desiderio morto e sepolto da tempo, alla morte che arriverà. Presto.
Quattro lettere
Lettere in fila,
soldati con il fucile
puntato
per gettarti nella polvere
dopo averti ucciso
senza sparare
un solo colpo.
Quattro,
ma ne basterebbe una,
visto che il senso è quello:
morire di silenzio,
inondando il cuore
di solitudine
e asciugando le difese,
uccidendole.
Una nenia colora
l'odore agro della corsia.
Ti vengo a trovare
e mi accorgo che non ci sei,
solo pelle,
solo occhi,
solo dolore,
sola.
Quattro lettere
che hanno rifiutato,
perchè affari nostri
e allore è meglio tacere.
E vedo padri e madri,
e figli con il cuore squarciato.
E vedo te,
che sei ancora bella,
come quando eri trucco.
Ora, viso frastagliato,
sguardo commosso
e sofferente,
ti stupisci che io sia qui.
Io mi stupisco
di quanto quegli occhi,
siano ancora tuoi.
Quattro lettere in fila,
quattro soldati
davanti al tuo letto
che ghignano odio.
Una risata assordante,
come il resto del mondo
che è silenzio.

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dolore, incontri
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mercoledì, 06 dicembre 2006

E' appena andato via e io sfogo con qualche riga buttata giù all'impronta la mia amarezza e un po' di quel fiero coraggio che mi sta dando la disperazione. Sono giorni di amarezza e desiderio di mutar pelle, di isolamento dal mondo e improvvisi bagni di uomini.
Questa mattina ne ho ospitati due, clienti di mezz'età facoltosi e desiderosi di sperimentare territori nuovi. Io ho bisogno di soldi e non posso fare la schizzinosa scegliendomi solo i più giovani e belli, non adesso che sto progettando la mia fuga.
Il primo si è mostrato cordiale, cinquantenne bisognoso più che voglioso e tutto è filato liscio, tra le candele che avevo acceso per favorire la penombra e il mio recitare il ruolo di gattina cazzuta.
A distanza di pochi minuti si è presentato l'uomo di quarantaquattro anni. Una moglie, due figli e un estremo quanto urgente bisogno di essere dominato dopo aver dominato. Lo vuole fare senza preservativo. E' disposto a pagarmi il doppio. Ma non esiste. Nella vita ho avuto la cieca fortuna di non aver mai contratto malattie, neanche quando battevo in strada. Non saranno pochi euro a farmi rischiare ora.
Lui insiste, io mi mostro carina, gli dico che anche con il preservativo può essere bello e che ci so fare. Se lo tira fuori intanto.
<Lo vedi com'è duro? Non vuole costrizioni lui!>
<Lo capisco, ma è anche per te che lo dico. Dai, vieni qui, fatti abbracciare, poi te lo infilo io il profillatico..."
<Vieni, ecco, fatti stringere", dice lui dolcemente. Poi mi volta improvvisamente mi torce un braccio. Io non grido, so come vanno queste cose.
<Ora te lo prendi nel culo a forza!>, dice lui con rabbia. Io sono nuda sotto, mentre sopra ho una canottierina rossa e ai piedi scarpe dello stesso colore sopra autoreggenti nere. Mi butta sul letto. Io mi posiziono gattoni, quando sale anche lui sono lesta a dargli un calcio in pancia. Il suo respiro sguscia fuori insieme a piccoli sputi che sento atterrare sulle gambe. Crolla sul letto in posizione fetale. Sembra un bambino, ma è forte, scorgo i muscoli sotto quella camicia aperta.
Io mi alzo in piedi, gli intimo di andare via.
Lui non risponde, poi stringendosi la pancia si solleva lentamente. Si siede ai bordi del letto. Io temo di avergli fatto davvero male e mi avvicino per rassicurarlo, certa di aver sbollito la sua voglia.
<Dai, su. L'aggressività non mi piace. Finiamola qua, rivestiti e vai...> Non posso completare la frase perchè lui mi colpisce al volto con uno schiaffo a palmo aperto. Un fulmine che mi prende in pieno e si stampa sull'occhio sinistro, sul labbro e sul naso. Cado per terra quando lui si solleva.
<E ora si fa a modo mio!>, afferma troneggiando sopra di me, sorrido crudele sulle labbra circondate dal pizzetto e cazzo gonfio smanazzato a cinque dita.
Io mi vedo già sottostare ai suoi dolorosi voleri, rischiando ben oltre che qualche livido. Immagini flash affiorano portando con essi un fiotto di rabbia inespressa. Penso a quella volta che fui picchiata mentre tornavo a casa da quegli albanesi seduti nel parco. Poi la mente vola istantaneamente a Londra, ai soldi fatti stringendo i denti per pagarmi le operazioni. All'ultima volta in ospedale, per un guaio ad un seno che mi ha portato via l'estate e il conto in banca.
Cazzo, no, mi dico aprendo gli occhi. Stavolta no.
<Come vuoi mio padrone>, borbotto a mezza voce alzandomi lentamente. Lui sorride e mormora un "bene" allusivo e brusco. Si smanetta con maggior vigore. Poi è pronto a buttarmi sul letto per incularmi. Sono davanti a lui, quando allunga le mani per afferrarmi le spalle io carico la gamba destra e lo prendo con lo stinco in pieno in mezzo alle palle. Lo vedo sgranare gli occhi e aprire la bocca, poi scompare alla mia vista. Grida e mi maledice stringendosi e massaggiandosi le pudenda.
Io sono incazzata. <Zitto , coglione!>, grido. Poi piazzo il tacco destro sul suo collo e spingo. Lui si accorge di ciò che sta rischiando e si blocca. La fronte si fa lucida. Ha paura, ne sento l'odore. Nessuno sa che è qui e capisce che se spingessi con forza potrebbe perdere ben più di una scopata senza preservativo.
Ora è il mio turno di parlare.
<Adesso mi dai tutti i soldi che hai nel portafogli come risarcimento per quello che mi hai fatto in faccia. Poi strisci fino alla porta e te ne vai. Se osi guardarti indietro te la passi molto brutta. Sono armata e ce l'ho a portata di mano>. Sta storia dell'arma mi viene sul momento. In casa non ho altro che un coltello per il pane e non sta certo in camera da letto. A portata di mano ho solo il mio uccello, che può far male ma non come intendo io.
Brontola un sì stentato. Ha paura e io confido in quella. Alza un dito e indica la giacca rimasta sulla sedia. E' lì il portafogli. Io premo il piede sul suo collo. Ho beccato in pieno la carotide, la trachea o quello che cazzo è e lui raschia con la gola. Gli ho voluto ricordare chi comanda.
Poi sollevo il piede e con due passi sono alla sua giacca. Prendo il portafogli e tiro fuori tutte le banconote che ha. Non le conto per non perderlo di vista e le lascio sulla sedia mentre gli tiro la giacca e il portafogli ormai vuoto.
<Striscia via>, dico con un sibilo rabbioso e lui prova ad alzarsi ma una fitta all'inguine lo ributta a terra. Ci riprova aggrappandosi al letto. Piegandosi in due dal dolore e incamminandosi tira su i calzoni che sono rimasti alle caviglie. Io afferro la giacca, la cravatta, il portafogli e lo seguo. Non si volta, si limita a prendere la valigia da rappresentante che aveva lasciato all'ingresso.
<Scompari. Non tornare mai più>, gli intimo quando ha già aperto la porta. Esce fuori e io gli lancio le sue cose, poi chiudo e metto la catena.
Vado alla finestra e lo vedo uscire dopo poco dal portone, giacca in mano, camicia non del tutto abbottonata, un braccio che si stringe il basso ventre e una camminata lesta a gambe larghe. Gira l'angolo e sparisce, avrà parcheggiato lì. Non tornerà, spero. Ma non ho paura, non più.
Torno in camera da letto per spegnere le candele e tirare su la serranda. Mi ricordo delle banconote sulla sedia. Le conto: 1.400 euro. Cazzo, sono tanti. Sorrido e il dolore mi ricorda del forte schiaffo. Allo specchio scorgo un occhio gonfio, un labbro spaccato che butta sangue così come il naso.
Ho voglia di piangere, ma invece di farlo apro il cassetto, prendo una maglietta e mi pulisco dal rosso che ha bagnato anche la canottiera. Ci sarà da ripulire casa, avrò sgocciolato fino all'ingresso. Prima di una doccia, di rivestirmi e di sistemare ho voglia di raccontare quello che è successo. Vado nello studiolo che un tempo era uno sgabuzzino. Ho il pc acceso perchè sto scaricando delle canzoni. Tamponandomi ogni tanto il viso con la maglietta intrisa prendo a scrivere e ciò che viene fuori è la catarsi della rabbia, lo sfogo del male che ha abitato dentro di me, la gioia riscoperta della forza e quei soldi rubati e meritati al tempo stesso.
E' una guerra la mia vita, chiamatemi Valkiria.

mercoledì, 15 novembre 2006
...continua da qui. Lui si alza lentamente dal divano e va verso di lei, ancora appoggiata alla porta. Si stira con le mani la giacca nera che indossa sotto un cappotto raffinato dello stesso identico colore, mentre fa schioccare il collo piegandolo prima a destra e poi a sinistra. Lei si appoggia alla porta, poggia la mano sul pomello, pronta a girarlo per uscire e fuggire. “Ascolta, io non ho deciso nulla… voglio solo pensarci ancora un po’, capito?” Lui non risponde, ma scuote leggermente la testa con un sorriso malizioso sulle labbra. E’ subito dinanzi a Seria e le prende la mano che era sulla maniglia portandosela al petto “Tu mi spezzi il cuore”, ma quella frase sembra più una minaccia che una dichiarazione. “No, guarda che…”, ma non termina la frase che la sinistra dell’uomo l’afferra alla gola e stringe, mentre il busto si schiaccia sul suo torace. Seria non riesce a respirare, sente avvampare il viso e gli occhi premere fuori dalle orbite. –Ecco, questo mi ammazza -, pensa e in un istante valuta tutte le opportunità per difendersi. Non c’è scampo però, l’uomo, di cui avverte tutti i muscoli sotto i vestiti costosi, non le dà modo di muoversi di un millimetro. Sente mancarle l’aria e quando comincia a vedere stelline colorate davanti a sé lui parla con voce indifferente e vuota. Professionale e dura. “Questo è un semplice avvertimento, ragazza. La proposta è ottima per te, nessuno ti vuole imbrogliare, devi solo evitare di prendere in giro il presidente e fare la scelta giusta, capito?” La presa sul collo si fa più insistente e lei avverte chiaramente il blocco totale d’aria. Ancora un po’ e qualcosa si romperà nel suo collo. “Non ti hanno insegnato l’educazione a scuola? Mi devi dire se hai capito”, dice lui a bassa voce e occhi gelidi. Seria si sforza di parlare, ma non esce alcun suono dalla bocca. Allora china lievemente la testa, con un movimento appena percettibile e provando fitte di dolore al collo e alla nuca. Lui si accorge dell’accenno di assenso e sorride compiaciuto. Resta ancora un paio di istanti con la presa sul collo e il corpo schiacciato su quello di lei, poi lascia improvvisamente la presa e si scosta di qualche centimetro. Seria si affloscia a terra cercando di prendere aria ed emettendo un suono rauco come un lavandino appena sgorgato che risucchia un’imponente massa d’acqua. L’uomo non la degna di uno sguardo, apre la porta spingendola contro il corpo di lei a terra. Esce e la lascia aperta. Seria allunga faticosamente un piede e la richiude, mentre sente i rintocchi dei tacchi da uomo che scendono per le scale vuote. Resta a terra alcuni minuti, il respiro si fa via via più regolare e sente la pelle del collo bruciare sempre di più e un dolore sordo e crescente in gola. Si appoggia alla porta per fare leva e tirarsi su. Barcolla vistosamente e a stento riesce a chiudere la serratura a doppia mandata e fare qualche passo per arrivare al divano dove prima c’era l’ombra scura del suo aggressore. Si siede lentamente, guardando davanti a sé e facendo attenzione a non muovere la testa dolorante. Allunga le gambe, e si sdraia tenendosi il collo con entrambe le mani. Appoggia la testa su un cuscino rosa ricamato di azzurro tra gemiti e lacrime che prendono ad uscire copiose. Chiude gli occhi e il nero diventa un buco profondissimo e senza immagini. Il mattino la sorprenderà in quella posizione, a pancia in su, le mani ancora avvolte sotto il mento e un gran freddo addosso.

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martedì, 07 novembre 2006
La casa editrice mi sfrutta. Lo so bene, mi usa per fare lavori lunghi, noiosi e mi paga poco, con la scusa che presto pubblicherà alcuni miei libri. Non lo farà mai, e io sono qui che coltivo sogni irrealizzabili.
Ho trent'anni. Non potrò continuare a lungo a fare la strafiga sul palcoscenico di uno strip club, avvolgendomi sinuosamente attorno ad un palo, conquistando con gli occhi, lasciandomi conquistare solo in cambio di profumati soldi.
Non cederò al porno come mi è stato proposto tempo fa. Un buon contratto, è vero, che mi sistemerebbe per un bel pezzo, ma io quel pezzo di vita non lo voglio vendere in cambio dell'anima. Nel profondo del cuore, dietro le tette siliconate e le cicatrici camuffate degli interventi ne ho una anch'io.
Forse ucciderò Seria. La chiuderò in una crisalide bianca, abbandonando il rosa che colora gran parte della mia esistenza e mi farò abbracciare da scelte coraggiose. Lei morirà e io muterò di nuovo forma, libererò definitivamente la donna che è in me cambiando la foto della carta d'identità, il nome, e inizierò a cercare un lavoro vero.
Forse se uccido Seria riuscirò anche a trovare un amore che non scopi con me solo perchè ho un pendaglio da rubare. Qualcuno il cui profumo sappia di casa, con le braccia come un lettone per farmi cullare.
Forse esiste in un luogo lontano la serenità.
Forse sulla luna c'è un posto anche per me, che preferisco abbandonarmi alla vita piuttoso che guidarla. Forse scriverò di un sogno che ho fatto, mentre morendo sono rinata.

Mail e Msn: serialoves@hotmail.it
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mercoledì, 25 ottobre 2006
Ho seppellito l'incoscienza nel mio cuore
lasciando scivolare dentro quel sangue avariato,
coagulato,
verminoso.
Per anni ho inseguito il nastro lucente della strada
di Las Vegas
per arrivare alla fonte della luce, alla conclusione
del mio caparbio gioco di ruolo.
E adesso che posso vantarmi di ciò che sono,
vergognadomi di chi si vergogna di me,
perchè resto in attesa di uno sconquasso
che mi faccia vomitare il sangue amaro
e mi consenta di trovare un senso nuovo
a questa vita disfatta dalle mie insicurezze?
Ho seppellito l'incoscienza nel mio cuore,
ora devasto lo sterno siliconato alla sua ricerca.

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poesia, dolore, rimembranze
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lunedì, 18 settembre 2006
Lui aveva un sorriso inquietante sulle labbra. La faceva sentire a disagio. Lei lo accompagnò in camera da letto, dove una penombra illuminata sola da alcune candele posizionate in punti strategici dava un tremolante chiarore. Accese lo stereo e nell'aria si diffuse una sensuale e leggera musica orientale. Tirò giù la chiusura lampo della tuta di pelle rossa che indossava. Restò a torso nudo davanti a lui. Aveva indosso solo il reggiseno, imbottito da un lato di ovatta mistificatrice. -Togli tutto-, bisbigliò lui. Aveva una voce dolce, ma risoluta, che non consentiva repliche. Del resto era lui che pagava e andava bene così. Gettò via il reggiseno che mostrò a lui la sua mutilazione e poi tolse la tuta mostrando il suo pene avvolto di peli al centro del corpo, tra due gambe snelle e bianche e un ventre piatto e femminile. Lui le accarezzo con una mano la spalla, scendendo giù verso il braccio. Poi parlò: -Vorrei legarti. Ti va? Ovviamente ai 500 pattuiti aggiungerò un bonus-. E Seria acconsentì. Andò al comò accanto al letto e dal terzo cassetto tirò fuori un paio di manette in metallo leggero avvolto da peluche rosa, retaggio di un sexy shop inglese. Non era certo la prima volta che qualcuno le chiedeva di scopare in modo insolito, legata anche, ma quell'uomo, che al telefono aveva detto di chiamarsi Alfredo le dava una strana sensazione di disagio. Quasi pudore. Con le manette in mano si sdraiò sulla schiena. Lui sorrideva quando si sedette sul ciglio del letto e delicatamente le spinse un fianco per farla voltare. Poi prese le manette e legò i suoi polsi alla testata del letto. Seria non parlava, in attesa di quello che doveva accadere. Lui era ancora vestito con jeans, maglietta e giacca verde. Aveva uno zainetto con sé, di quelli che si usano solitamente per portarsi dietro i computer portatili. Non lo aveva mai lasciato e lo teneva stretto nella mano. -Senti Seria - disse lui - io ho voglie un po' particolari, mi piace il sesso con un po' di violenza -. Seria aprì la bocca per parlare ma lui le fece segno con la mano di non dir nulla e con voce naturale, come se stesse chiedendo un bicchiere d'acqua disse: -Vorrei poter essere brutale con te, magari con qualche gioco, un frustino, cose così...che ne dici?-. Con la mano batteva sul suo zainetto, indicando così il luogo dove teneva i suoi "giochini". -Non mi piacciono molto questo tipo di cose...meglio restare sul tradizionale, ti va? - disse lei davvero preoccupata. Giaceva legata e impotente sul letto, lui avrebbe potuto far qualunque cosa. -No, io ho voglia di fare a modo mio. Se a te va, ovviamente. E sono disposto a essere generoso per questo -. Con un lento movimento tirò fuori dalla giacca un mazzetto di banconote da cento euro e contò dieci biglietti che posò sul comodino accanto alla testa di Seria. -Bastano?- Lei guardò i soldi a pochi centimetri dai suoi occhi. Erano tanti e ne aveva bisogno. Si morse il labbro pensando a cosa fare. Poi pronunciò due sole parole e affondò la testa nel cuscino: - Okay, sbrighiamoci!- -Due semplici regole, Seria: per i prossimi minuti farò ciò che voglio di te e tu non dovrai parlare-. Non attese la sua risposta, aprì la zip dello zainetto e accarezzo la frusta che aveva ben poco del frustino. La fece schioccare varie volte sulla schiena e sul culo di Seria. Lei cercò di resistere per un po', poi cominciò a ritrarsi, accovacciandosi e gemendo. Non parlava, cercava di stare zitta come lui le aveva chiesto. Lui non si fermava però, continuava con sempre maggiore furia e lei gridò: -basta! Non voglio più...ho detto fermati!- Ma lui non la sentiva. Continuò ancora per un po', poi si fermò improvvisamente. Seria pensò che forse si sentiva appagato e l'avrebbe lasciata libera. Aveva gli occhi lucidi, e immaginava i segni rossi sulla schiena. Si sarebbero visti da qui in capo a una settimana e mezza, quando si sarebbe dovuta ricoverare per l'intervento al seno? Il pensiero fu interrotto da un lampo di dolore ad una gamba. La ritirò instintivamente. Si girò. Lui aveva in mano un lungo ago da materasso e l'aveva punta. -No- biascicò lei. -Ancora un po'-disse lui. E le punse anche l'altra gamba, poi le salì sopra immobilizzandola e affondò l'ago nel sedere. Lei gridò. Lui incurante si sollevò e prese dal suo zainetto un preservativo. Lo indossò su una vistosa erezione. Era completamente nudo, ma Seria non si era accorta quando si era spogliato. Probabilmente tra una frustata e l'altra. Le allargò le gambe e appoggiò il suo pene all'anello grigio. Il preservativo era lubrificato, lei avvertì una sensazione di umido e fluido. Lui spinse e penetrò con forza dentro di lei. Gemette. Prese a muoversi sinuosamente e sempre più velocemente. Pochi minuti e si irrigidì mugolando. Poi uscì, si tolse il preservativo e con metodo cominciò a rivestirsi. Mise con cura a posto ago e frusta. Seria era rimasta in silenzio, dolorante sul letto, con la testa rivolta verso i biglietti da cento sul comodino. Lui si sistemò la giacca, poi aprì le manette con la chiave che Seria aveva poggiato precedentemente sul cuscino e senza dire nulla uscì da casa sua. Seria sentì la porta d'ingresso chiudersi. Restò con gli occhi sbarrati, ansimante sul letto, ancora con le gambe divaricate. Non osava sollevarsi per non guardare cosa Alfredo le aveva fatto. Sentiva che dal sedere e dai polpacci rivoli sottili di sangue scendevano sulle lenzuola. Si velarono gli occhi di lacrime. Avvicinò con lentezza esasperante le gambe al torace. Le piegò a piccoli scatti, come se fosse troppo affaticata per muoversi in modo più disinvolto. Alla fine si piegò in posizione fetale e si circondò con le braccia. Lo sguardo si posò sui polsi arrossati e sul petto dove c'era un oscuro vuoto. -L'ho voluto io, gli ho detto sì - mormorò pian piano - è solo colpa mia-. Poi chiuse gli occhi e due gocce calde scesero dalle guance al cuscino. Riaprendoli fissò le banconote sul comodino. Allungò un braccio e con le dite le prese stropicciandole nella mano che si era chiusa a pugno. Se le portò sul cuore, dove c'era il vuoto che avrebbe colmato a breve. Lasciò i soldi lì, mentre desiderava solo dormire e dimenticare il dolore che cominciava a diffondersi per tutto il corpo. Mentre si addormentava sentiva la melodia di una canzone che amava. Lo stereo si era spento da solo dopo che il cd era arrivato alla fine e le candele cominciavano a languere, sciolte scompostamente nei piattini di ceramica grigia dove Seria le aveva poggiate. Nelle sue orecchie c'era solo silenzio, nella testa la voce graffiante di Gianna Nannini che sovrastava tutto quel dolore e i pensieri cupi che voleva solo rimandare al giorno dopo. La tua pelle è la mia pelle
che colore più non ha
sono sangue nel tuo sangue
una sola anima
la tua storia è la mia storia
i miei occhi sono i tuoi
la mia ora è la tua ora
il destino che non hai
vola vola vola vola vola la testa
vola vola vola chi mi porta via
vola vola vola
mi hai dimenticata
tu non mi conosci sono appena nata
contaminata
sono contaminata
ora che sono nata
io non so dove sono
io non so da dove vengo
l'infinito vaga dentro
io non ho nemmeno un segno
vola vola vola vola vola la testa
vola vola vola chi mi porta via
vola vola vola
mi hai dimenticata
tu non mi conosci sono appena nata
non importa più chi sono io
rassomiglio ad una goccia d'acqua
fa che nel deserto piova io
goccia d'acqua che fa traboccare il mare
contaminata
sono contaminata
ora che sono nata
polvere di luna che si perde nel tempo
voce radioattiva della civiltà
fuoco nucleare che respiro nel vento
anima ribelle che si libera
come una canzone che si perde nel tempo
voce radioattiva della civiltà
fuoco nucleare che respiro nel vento
anima ribelle che si libera
non importa più chi sono io
rassomiglio ad una goccia d'acqua
fa che nel deserto
piova io
goccia d'acqua che fa traboccare il mare
contaminata
sono contaminata
ora che sono nata
vola vola vola vola vola la testa
vola vola vola chi mi porta via
vola vola vola
mi hai dimenticata
tu non mi conosci sono appena nata
contaminata
Damned by
SeriaLoves
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03:24
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commenti (34)
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D e s c r i p t i o n
Io sono così: transitoria e transgender, talentuosa e tarata, brillante e sboccata.
A
b o u t M e
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Nome: Seria Loves
Io non sono una ragazza. Ma neppure un uomo. Non come intendete voi, per lo meno.
Basta finzioni, basta paure, io sono qui con un sorriso finto e un pisello vero.
N e w s
Lo so, sparirò in un collage colorato di stelle
C l o c k & C a l e n d a r
C o u n t e r
da queste parti *loading* cuori pulsantiD i n o t t e s p e c i a l m e n t e
D r e a m s
Prendi il mio cuore e regolalo con il ritmo del tuo
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