
sabato, 14 aprile 2007
Sono morta solo tre volte: con un suicidio, dovevo mutare, uscire dalla crisalide e spiccare il volo da farfalla funesta. Poi mi hanno uccisa, e per rinascere ancora ho attraversato il mare sulle mie ali fragili, con le gocce negli occhi, e i singhiozzi nei polmoni. La terza volta sono morta gettandomi nel mare: caldo, vischioso, blu cobalto. Il suo. E sono rimasta senza respiro, l’aria per ritornare a vivere è un continuo dono da innamorato. Lui è il mio mare nel quale sono dovuta morire volendo annegare. Al silenzio della morte, corrisponde il sorriso della vita, una speranza che chiamo paura, un’illusione che forse in fondo alla mia storia si avvera. Sono morta soltanto tre volte. Non è tanto se alla fine l’ho potuto![]()

Non ho più l'esigenza di raccontarmi a degli sconosciuti, anzi, bando alle scuse, mi è proprio passata la voglia di farlo!
E' la prima volta che mi sento davvero innamorata...e, caso più unico per raro per me, sono anche ricambiata! Tutto il mio essere è orientato verso Wolf, e questa primavera imbroglia ormoni mi trascina lontano dal pc, di fronte ad una vita che sia degna di essere vissuta,con difficoltà, ma finalmente a due.
Vi ringrazio per avermi seguita, apprezzata, e anche osteggiata in taluni casi. Mi siete stati di conforto nei momenti brutti e di sostegno in quelli positivi. Io non scompaio, continuerò a commentare saltuariamente qua e là, inoltre il blog resta aperto per dar modo a chi lo volesse di rileggere qualche vecchia pagina.
Non troverete però nuovi post: è tempo di realizzarli i sogni, dando consistenza alla virtualità che in questi mesi abbiamo plasmato.
E' tempo dell'amore, per me. Fatemi un grande augurio e pensatemi qualche volta, magari mentre passeggio mano nella mano con Wolf, lavoro nel sexy shop di Soho, o mangiamo tutti insieme una pizza al Baraonda di Wonda.
Un bacio come e dove volete voi...
martedì, 10 aprile 2007
Una panchina al sole. Wolf ha lavorato tutta la notte, poi è venuto a casa mia. Io ero andata a letto tardissimo, dopo un turno estenuante al sexy shop, e se si fosse trattato di qualcun altro l’avrei mandato bellamente a cagare. Mi ha costretta ad alzarmi, mi ha buttato sotto la doccia e poi, borse sotto gli occhi e testa ciondolante, mi ha portato qui al parco, a riscaldarmi sotto i raggi di questo sole di primavera. Mi guarda, sorride. Io sbuffo, fingo di addormentarmi. Lui mi fa il solletico, io rido con voce troppo maschia tanto che qualcuno si volta a guardarmi, lui scoppia in una fragorosa risata e copre la mia. Poi aggrotta le sopracciglia come fa quando è teso, gli occhi assumono quell’espressione di mistero che mi fa impazzire: <Sai, io vorrei che tu fossi la mia ragazza…che io e te facessimo sul serio…io ti amo, te l’ho già detto, non scherzavo>. Poi si volta dall’altra parte, non osa guardarmi in faccia. Aspetta una mia risposta. Cazzo, e ora che faccio? Me la vedo Wonda che se fosse qui in questo momento stenderebbe le mani e le muoverebbe forsennatamente con una perfetta torsione dei polsi, come a dirmi “dai, dai, dai…”, e ammiccherebbe storcendo la bocca rossa in modo equivoco. Solo ieri abbiamo pranzato insieme io e lei. La mia più cara amica ha messo abbastanza soldi da parte per acquistare un’attività. Ha adocchiato un negozietto che vorrebbe far diventare una pizzeria al taglio. E’ convinta che a Londra avrà successo: “E poi ho la ricetta di mia nonna, quella della pizza pugliese alta e grassa… questi inglesi la adoreranno… verranno tutti a pranzo da me…al Baraonda di Wonda!” “Ma lasceresti il marciapiede? Sei sicura?” “Tesooooro, ho abbastanza soldini da parte per cambiare vita e fare quello che ho sempre sognato…” “E l’operazione? Diventare donna a tutti gli effetti?” “Nooooooo…..io voglio diventare cuoca, dell’operazione non mi frega più niente! Piuttosto tu Seria, tu mi fai preoccupare…” “Perché come al solito ti caghi sotto, non sai approfittare dei colpi di fortuna che ti capitano. Tesoooro, quel Wolf è una perla della Papuasia pregiata, non te lo devi far scappare, devi essere la sua ostrica, metterlo dentro di te per non perderlo più” “Basta con tutte queste perplessità! Siete perfetti insieme, già immagino il vostro matrimonio, tu vestita di bianco…oddio, il bianco magari no, il rosa è più indicato nel tuo caso, lui di nero, che lo scuro gli dona tanto, e poi c’è Elton John che suona alla festa e io che penso al buffet a base di pizza pugliese, che ne dici?” “Sì, ma se non fossimo due illuse sognatrici non saremmo mai sopravvissute per tutti questi anni, no? Tu ne sai qualcosa…” “Buttati amore, buttati…dai retta alla vecchia Wonda…” E volto la testa per guardare Wolf che aspetta ancora una mia risposta. Wonda la sento dietro di me che sta pregando affinché prenda la decisione giusta. Ho la possibilità di vivere una storia d’amore vera, senza uno che paghi in soldi e una che ci rimetta in dignità. Rischio il cuore, che metto in gioco forse per la prima volta in vita mia e scommetto su un ragazzo che conosco da poche settimane, ma sembra l’ideale per me e temo possa deludermi da un momento all’altro. O che io possa deludere. <Non saremo mai una coppia come tutte le altre, forse di questo non ti rendi ancora conto…> <Uff…ma quanti problemi ti fai?> <E’ che io sono stata zoccola fino a pochi mesi fa, e un po’ lo sono rimasta dentro… non ci credo molto alla favola di Cenerentola…> <Cazzo, ma io non sono mica un principe azzurro, guarda che lo so che non sarebbe tutto rose e fiori, che avremmo problemi, che mia madre, quando lo dovrà sapere, non accetterà tanto facilmente questa storia, soprattutto dopo quanto le ha fatto mio padre….io le so tutte queste cose, ci ho pensato bene> <E quindi?> <E quindi vale la pena di rischiare. Per te ho voglia di farlo…se lo vuoi anche tu> Bene, così questa storia è tutta nelle mie mani adesso. C’è un aereo davanti ai miei occhi e Wolf è lì e sta tendendo la mano perché vuole che io salga a bordo e viaggi con lui. Il motore è scassato, la destinazione ignota, magari appena ci alziamo in volo quello ci abbandona e cadiamo giù, ma c’è lui, rischia quanto me in questa storia. La mia vita cambierebbe, prenderebbe una piega nuova per me: non sarei da sola e questo pensiero mi fa sorridere più dell’immagine di Wonda che mi dice “dai, dai, dai”. E allora lo guardo sto bel ragazzone di Wolf, allungo le mani e gli accarezzo il viso, stampo le mie labbra sulle sue, incurante di bambini che corrono a pochi metri da noi, di carrozzine spinte da ragazze o signore che allungano il collo per guardarci e magari si accorgono di una protuberanza maligna che si annida proprio in mezzo ai miei jeans e fa di me una ragazza con la pistola. Io non mi accorgo di nessuno, ho solo lui di fronte, lui con i suoi incredibili occhi neri e profondi, qualche rughetta intorno agli occhi che lo rende erotico più che mai, i capelli in su e la bocca voluttuosamente a cuore. Lo fisso negli occhi cercando di ricambiarne l’intensità e dico con un sorriso a trentaquattro denti: <Cazzo, ti amo anch’io. Da morire. Ok, facciamo sul serio. Ci sto!> E stavolta è lui a baciarmi, a stringermi brutalmente su questa panchina assolata, circondata da londinesi, pachistani e ogni sorta di mondo inglese capitato in questo parco per assistere al nostro spettacolo indecente. E’ lui a sorridere mentre mi bacia, lui, che scoppia a ridere di felicità. Una felicità contagiosa.![]()
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giovedì, 05 aprile 2007
-2 A Milano ricominciai con ciò che sapevo fare, l’unico mestiere fatto per quelle come me. Avevo bisogno di soldi e il motel dove avevo preso ad abitare ne succhiava un sacco. Avevo paura, in strada ci andavo poco e se quelli che si fermavano non mi convincevano non salivo sulle loro auto. Non volevo rischiare e stavo lontano anche dalle zone più trafficate per il timore che qualche magnaccia volesse ingaggiarmi nella sua concessionaria di auto truccate. Facevo la fame, finché conobbi Mario, professore universitario pervertito ma non troppo, stronzo e inopportuno, ma in fondo generoso, che aveva una madre anziana a casa, un fracco di soldi da spendere e una sola voglia: vedermi nuda mentre mi masturbavo. Facile accontentarlo nella squallida stanzetta del motel e contemporaneamente chiedergli di leggere qualche mio raccontino. Scontato il suo entusiasmo per le mie storie senza né capo né coda. “Non farmi complimenti Mario, tanto lo sconto non te lo faccio!”, dicevo io. Ma lui parlava sul serio e mi trovò anche un contatto, quello con la casa editrice romana che mi ha portato in giro per anni, assicurandomi la pubblicazione dei miei scritti in cambio di mie collaborazioni come editor. Pochi soldi, ma dovevo mettere a frutto il mio talento per le parole correggendo i testi dei più fortunati, o raccomandati “colleghi” scrittori. Prima o poi sarebbe toccato anche a me pubblicare, dicevano. In realtà non faceva comodo una transessuale che scriveva storie d’amore d’altri tempi. Mi sento portata per i romanzi d’amore, stile Harmony ambientati nell’800 o sotto le due guerre, con quei contesti romantici e sfortunati a fare da contraltare a sentimenti forti, puri e complicati. Mi hanno illusa per anni, ma alla fine ci sono arrivata da sola alla verità: niente libri da pubblicare, solo una collaborazione come editor o copy e, in certi casi, di ghost writer. Io sognavo ad occhi aperti, e comunque era una buona occasione per me che non avevo nulla da perdere, così mollai tutto di nuovo, quel poco che avevo nel motel milanese per approdare al sole di Roma, dove ho vissuto fino a pochi mesi fa. Il lavoro come editor da casa non bastava, ovvio, con quel poco che pagavano (a cottimo, come con i bambini indiani che cuciono palloni) e le sempre più scarse prospettive di lavorare seriamente con loro. Mi capitò un’occasione per debuttare in un night club. Niente prostituzione, solo show! Mi sono esibita per tanto tempo tre sere a settimana come lapdancer, in mezzo ad arrapati, curiosi, nuovi amici e spregevoli caricature di uomo. Non è mancato qualcuno che mi ha offerto lauti guadagni in cambio di una isolata prestazione sessuale. E io ho accettato, che mica si trovano per strada i soldi! Una casetta in affitto in periferia, i miei genitori ad appena 150 chilometri, da andare a trovare una volta al mese per riallacciare un freddo ma necessario rapporto, l’iscrizione all’università per fare qualche esame ogni tanto se l’imbarazzo non è troppo. Per completare l’idilliaco quadretto qualche selezionato cliente: persone rimorchiate al club, innamorate della mia danza allusiva, desiderose di trasgredire a quella vita troppo normale per non essere noiosa. Io avevo un bisogno incessante di arrotondare i magri guadagni e allo stesso tempo coltivare un’insana passione: la mia fosca e movimentata esistenza caratterizzata da interventi chirurgici per avvicinarmi al modello che non raggiungerò mai. Un modello al quale mi sono accorta di non volere neppure più assomigliare. Una vita descritta alla rinfusa tra queste righe, nelle pagine virtuali di un blog doloroso ed eccitato. Quando il bisogno di denaro si è fatto impellente, dopo l’improvvisa operazione al seno, sono tornata a concedermi senza riserve, ricevendo per lo più in casa, avvalendomi della popolarità acquisita con le mie esibizioni al night e guadagnando non poco. Quello che mi serviva per scappare ancora, questa volta da chi intendeva mettersi sotto contratto riducendo, però, la mia libertà. Perché questa tardiva confessione? E’ Wolf a costringermi a guardare indietro. L’abbiamo fatto entrambi per metterci a nudo e vedere che si può fare di questa reciproca attrazione, di una storia che vuole decollare senza che noi passeggeri possiamo assicurarci a delle cinture. E’ un volo senza una meta il nostro, manca un pilota esperto, il motore è stanco e usurato, ma orgoglioso. Non c’è alcuna comodità durante il viaggio, non passano neanche la colazione, è costante il timore di un dirottamento da parte di qualche malintenzionato. Io del resto sono estranea ad una storia che non si chiami “abuso” o mercificazione e Wolf è spaventato, ma non vuole ammetterlo, per quel che prova e le conseguenze che ciò può avere nella sua vita. Si tratta di decidere cosa vogliamo fare di noi due: io sono tentata di fuggire di nuovo, del resto l’ho fatto tante altre volte, rifugiarmi in me e nei tanti sogni che coltivo. Magari preparandomi ad un nuovo viaggio, sempre più lontano da quello che può farmi del male, o felice. La realtà di un amore nuovo, incolume e preoccupante preme, mi vorrebbe sull’aereo, in volo verso una terra lontana e misteriosa. ![]()

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martedì, 03 aprile 2007
-3 La sua mano è sul mio seno, il mio viso sfiora i peli radi del petto. E’ buio e io sono inebriata del suo odore buono. Non ho alcuna intenzione di accendere la luce e guardarlo negli occhi. Ho il terrore di scoprire compatimento, orrore, ribrezzo. Gli ho appena raccontato della mia vita da puttana, di ciò che ho fatto e subito in dieci anni vissuti pericolosamente. Lui mi stringe forte e appoggia le labbra turgide sulla mia fronte poi parla e quella frase detta con apparente noncuranza trafigge il terrore che mi ha sempre trasmesso il pensiero di qualcuno che mi sussurra piano: <I love you…>. Inghiotto la saliva che mi vuole tappare la gola, mozzo il respiro perché forse penso che non ho capito bene, ma la sua stretta è inequivocabile, più delle parole che ha appena pronunciato. E allora voglio sapere tutto adesso, cosa nasconde quella sua aria misteriosa e turbata, gli occhi scuri e profondi perennemente velati di malinconia. Lui sospira, non muove un muscolo e non accende l’abatjour. Bene, le storie devono essere raccontate così, nel buio più pesto, dove le immagini, belle e brutte, si formano nella mente senza essere turbate dalla forma delle cose intorno a noi. E Wolf mi racconta di sé, di quando da bambino sua madre e suo padre andavano d’accordo ma non troppo. Di un papà cattolico che era cresciuto in un collegio e si era sposato giovane per colmare quel bisogno di famiglia che non aveva mai avuto. Quel di cui aveva bisogno quell’uomo fragile era qualcos’altro però, non certo la responsabilità di una moglie e due bambini. Prese presto, infatti, ad uscire di sera, ad accampare scuse e accumulare bugie, fino all’evento di rottura che lo fece scomparire dalle loro vite. Wolf, sorella e mamma dovevano andare dai nonni per il weekend, mentre il papà restava a casa perché aveva un turno di lavoro al sabato mattina. Ma il venerdì sera, la mamma di Wolf si accorse di aver dimenticato le medicine per il diabete a casa e il marito, chiamato a percorrere i 25 chilometri che separavano le due abitazioni per portarle, non rispondeva. La donna, maledicendo il consorte, saltò sull’auto insieme al figlio e tornò a casa. Trovarono il giovane e fragile papà di Wolf con i collant della moglie sulle gambe pelose, mentre si faceva inculare da uno sconosciuto muscoloso. Lei fu lesta a chiudere a chiave il bambino nella sua stanza, ma le urla che udì lo segnarono per sempre. Rivide sue padre altre tre o quattro volte, poi ne perse le tracce. Sparì dalla loro vita. Wolf mi racconta questa storia con pudore e freddezza e a me scappa una lacrima. Lo abbraccio più forte, bacio le sue labbra calde. <Forse ti sei sentito attratto da me a causa di tuo padre e di quello che hai visto da bambino… sei rimasto traumatizzato>, dico sottovoce pensando che lui non mi vuole davvero, desidera solo quella parte di me che gli ricorda la figura paterna così pallida e vacillante. <Non mi psicanalizzare...se è così ben venga ciò che ho visto tanti anni fa… più ci frequentiamo più mi accorgo di volere te, non mi importa di come ti definiscono e quello che possono pensare gli altri, io desidero te e tutto il resto non ha importanza>. Lo bacio ancora, faccio scivolare la mano sul torace magro fino ad afferrarlo dove lui sa e faccio ricominciare la nostra inusuale danza.

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sabato, 31 marzo 2007
-4 Ho sempre amato scrivere. A sette anni il mio primo diario segreto, poi decine di scritti, poesie, racconti. Se non avessi un’autostima così bassa probabilmente avrei tentato seriamente di fare la scrittrice, ma è più facile illudersi di esserlo che sbattersi davvero per diventarlo, no? Il lungo racconto della mia vita è un luogo virtuale romanzato, nulla più nulla meno che l’incontro a metà strada tra i diari che scrivevo da bambino e quelle storie strane che adesso butto giù di notte, prima di dormire. In questa strage di luoghi comuni ho accennato distrattamente all’evento traumatico che mi spinse a tornare in Italia. A fuggire, un’altra volta. Non voglio scrivere una cronaca dettagliata di quella notte e non ho neppure intenzione di nascondermi dietro un’altra poesia, già sono troppe quelle che hanno costellato queste pagine. E poi non era certo una notte speciale, la solita rilettura del mito della fenice: distrutta, bruciata che rinasce dalle sue ceneri. Io sono stata uccisa sotto una luna piena, vicino ad un parco londinese da tre energumeni mandati da colui che voleva essere il mio protettore, che io rifiutavo per un sogno d’indipendenza e riteneva mi meritassi una lezione intimidatoria. E’ una storia che ha tanti anni quanto il mestiere che praticavo, fatto di pugni, calci, penetrazioni anali senza barlumi di sensualità o lubrificazione. La solita vicenda, il solito sangue, le già viste tumefazioni. E poi la paura, quella sì, ogni volta nuova e più intensa. Il terrore che ha l’odore marrone della terra e quello metallico del sangue che riempie la bocca dopo il primo cazzotto. La paura che non fa sentire neanche il dolore in mezzo alle gambe quando ti stringi più forte nella giacca, allunghi il passo guardandoti indietro e ti vergogni come un assassino se incontri un passante che ti guarda sbalordito. Quella paura che diventa angoscia e non ti fa uscire di casa per una settimana, finché non arriva Wonda con il suo sorriso finto e i capelli rossi corti e dritti, preoccupata per te ma senza darlo a vedere, che ti prepara la valigia, raccatta i soldi nascosti al sicuro e ti accompagna all’aeroporto: “se non vuoi sottostare devi scappare tesoro, non puoi rimanere qui”. E tu che ti senti una bambola di pezza muta e senza volontà, a cui neppure il dolore rammenta il fatto di essere viva, imbarcata su un aereo, destinazione Milano, dove uno sconosciuto amico di Wonda è pronto a raccogliere i cocci e assemblarli alla bene e meglio.![]()

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mercoledì, 28 marzo 2007
Non sono una ragazza e questo lo sai…sì, ok, di certo non sono un uomo, non ho la barba, ma non è questo il punto. E’ bene che tu ascolti senza interrompere questa storia, poi mi dirai che ne pensi, ok? Dunque, vengo dall’Abruzzo e questo te l’ho già detto, io nasco ragazza intorno ai vent’anni, quando ho iniziato a tempestarmi di ormoni per far uscire da sotto la pelle quel che sentivo da tempo di essere. Ero stanca dei sorrisini, delle offese, delle botte di quelli che mi chiamavano “checca”, “mezzafemmina” e usavano altre amenità per rendermi uno schifo l’adolescenza e l’infanzia. Sono sempre stata un ragazzo effeminato, attratto da ciò che “doveva” essere preda esclusiva del genere femminile. Sì, le bambole, che i miei non hanno mai voluto comprarmi (figuarati!), e mi picchiavano se osavo anche solo chiedere qualcosa del genere. Ma non solo. Mi rendevo conto di essere drammaticamente diversa da tutti, distante palmi e palmi dai ragazzini puzzolenti di sudore e le femmine pettegole. Mi consideravo un mostro e loro erano attenti a evitare che pensassi di me in modo diverso. Quando capii ciò cosa volevo ero maggiorenne e intrapresi un percorso da cavaliere solitario, con il solo sostegno di un medico compiacente e nessun altro. Ovviamente i miei genitori, cattolici e fanatici, tentarono di dissuadermi, buttavano le confezioni con gli ormoni, portavano in casa il prete che “doveva” convincermi che io ero maschio e non ero tenuto a rovinarmi la salute perché il buonsignoredeicieli mi aveva fatto uomo e tale dovevo rimanere e partecipavano alle riunioni di preghiera per ricattare nostrosignoregiesù e costringerlo a far di me un vero uomo. Pensarono bene di minacciarmi: “o la pianti subito o te ne puoi anche andare!”. E fu la frase che determinò la scelta di lasciarli soli, senza l’ingombrante peso di un figlio indefinibile. Il mio viaggio iniziò così, di città in città. A Roma cominciai con qualche lavoro saltuario, ma non riuscivo a concludere niente e sopravvivere non mi bastava. Scoprii che c’erano zone dove ci si poteva appostare di notte per rimorchiare camionisti e gente di passaggio. Io davo il culo e loro ricambiavano in denaro. Ero ancora un ometto all’epoca, non osavo vestirmi da donna. Poi un “collega” mi parlò di Londra, delle meraviglie della città e della possibilità di diventare donna davvero. Presi i miei quattro stracci, i due soldi che avevo e partii. A Londra conobbi Wonda, anche lei novellina e iniziammo insieme il mestiere più vecchio del mondo: “la zoccola”. Fu dura agli inizi, ma noi eravamo caparbie e ci aiutavamo l’un l’altra: io ero quella con la testa sulle spalle, razionale, fredda e un poco pessimista, e lei quella allegra e sorridente, l’altro lato della mia medaglia. In breve ci facemmo conoscere e riuscimmo a costruire un bel giro di clienti fissi. Ci andava bene, si guadagnava parecchio perché eravamo giovani e ci sapevamo fare. Mi travestivo da donna per la prima volta e fu l’inizio vero del mio percorso. Che soddisfazione tirarsi a lucido, truccarsi, scegliere le scarpe da indossare, tingersi i capelli… cominciavo a sentirmi a mio agio con me. E non è poco! Con i soldi accumulati snocciolammo un rosario le cui preghiere erano: “elettrocoagulazione”, “lifting delle sopracciglia”, “rinoplastica”, “chirurgia plastica facciale”, “riduzione della fronte”, “rimodellamento della mascella”, “riduzione pomo d’adamo”, “mastoplastica additiva”… Ti fa paura Wolf, eh? Cominci a preoccuparti… …non negare, mi rendo conto che non ho avuto una vita esemplare…sapessi quante volte io e Wonda abbiamo derubato clienti sprovveduti e facoltosi… le operazioni costavano parecchio e per noi ogni occasione era buona per inseguire il nostro sogno. Mi chiedi perché poi sono tornata in Italia? Cosa mi ha spinto? Io non ero una puttana qualunque, ma di quelle più pericolose, ero ambiziosa…>![]()
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domenica, 25 marzo 2007
-6 Non riesco a dormire. Ero distesa sul letto fino a poco fa per recuperare un po’ di sonno perduto a causa del lavoro nel sexy shop, ma ho lasciato che mi agitassi da sola, con una sequela di pensieri che mi hanno spinto ad alzarmi, metter le scarpe e uscire di casa. Tutti i neuroni del mio cervellino annacquato di ormoni ruotavano intorno a lui, Wolf, alle sfumate promesse che vorrebbe farmi, le complicate manovre diversive che pongo in atto per non cedere e rischiare una gran trambata sul muso. Ho fatto sì che lui irrompesse tra capo e collo nella mia esistenza, ma concedergli la possibilità di un futuro mi sembra improbabile, spaventosamente inusuale per una come me. Come faccio a fargli capire che io non sarò mai e poi mai come le ragazze che ha già avuto? Che sono diversa non solo per il pipino che brancola là sotto, ma perché ho vissuto un’esistenza inedita per chi, come lui, è stato sempre un anonimo ragazzo inglese? Non ce la facevo a stare in casa, così sono uscita, ho preso a vagare per il quartiere ritrovandomi davanti, come di consueto, al ben conosciuto Internet point gestito da pachistani. Chatto un po’, commento qua e là i blog preferiti e attendo l’illuminazione celeste che mi faccia capire cosa fare di questo amore nascente che sarebbe tanto comodo sopprimere subito. ![]()

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venerdì, 23 marzo 2007
-7 E’ passata una settimana. Era venerdì quando sono uscita con Wolf e ho passato la notte con lui. Sette giorni che sembrano anni, 170 ore circa in cui mi sono lanciata nel vuoto. L’ho già fatto altre volte nella vita, non è una novità per me prendere il cuore, il silicone, e quanto circonda il mio corpo femminile a metà e buttarmi in ciò che sento giusto. E’ la prima volta però, la prima in assoluto che il lancio non si concretizza in un fragoroso schianto sull’asfalto. Non mi sono ritrovata spappolata per terra, con le membra da raccogliere, tessuti da ricucire e scomparire nel mio cantuccio in attesa che le ferite si cicatrizzino. Non mi sono fatta male. Ancora. Wolf mi ha chiamato sabato pomeriggio ed è venuto a prendermi a casa. Abbiamo fatto la spesa insieme, vincendo il mio imbarazzo lungo corridoi ingombri di bambini nei carrelli, casalinghe grasse e commesse bastarde con lo sguardo basso. Mi sono sempre vergognata, tranne sabato, quando con Wolf ci siamo divertiti come bambini nello scegliere i prodotti da acquistare, inseguendoci l’un l’altro, giocando sul fatto che lui si aspetta da me un invito a cena perché “le italiane DEVONO per forza saper cucinare divinamente”. La sera eravamo di turno tutti e due: lui nel suo albergo e io nel mio sexy shop. Io mi occupavo dei clienti che compravano dvd porno, fruste e dildi, di quelli che volevano biglietti per la saletta cinema e lui degli ospiti che lasciavano e recuperavano chiavi, telefonavano o chiedevano informazioni. L’ho fatto entrare nella mia vita, gli ho aperto la porta come se fossi un’adolescente alla prima cotta, quando io mi ero ripromessa di essere più attenta, mantenermi fredda e distaccata da tutto e tutti, concentrata solo a vivere, ma lui è entrato come un dolce ciclone estivo nella mia vita, l’ha messa completamente a soqquadro. Lui e il suo fisico asciutto. Lui e il suo sguardo magnetico e profondo. Lui e i suoi capelli castani sparati in aria. Ci siamo visti tutti i giorni da venerdì. Ogni momento libero è stato trascorso insieme e quando eravamo al lavoro ci siamo fatti compagnia con i messaggini. Esistono rapporti normali per quelle come me, con l’arnese tra le gambe, due tette di plastica e un cervello da donna che ha provato cosa significa essere uomo? Possibile che ci sia da qualche parte qualcuno cui vado bene così come sono e che ho avuto pure il culo di incontrarlo? Wolf mi chiede di avere fiducia in lui, non fa altro che rassicurarmi, ma già lo so che ci vorrà tempo. Io sono abituata ad essere consumata e poi gettata via. <Non ho nessuna intenzione di lasciarti perdere, stai tranquilla> <E come ti giustifichi con tua madre, i tuoi amici…?> <Che bisogno ho di giustificarmi?> <Quante volte hai avuto a che fare con uomini sposati che si sono mostrati attratti da te?> <Tante volte, ma loro non erano…> <Ma loro cosa?> <No, niente… ma è difficile, tu non sai a che cosa vai incontro> <Ho un desiderio incredibile di scoprirlo!> ![]()

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life, love
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giovedì, 22 marzo 2007
Sfioro con la punta delle dita Ogni curva dolce del tuo mistero Mi stringi e scuoti il demone in me Ci tocchiamo all’incrocio delle rispettive estremità Scivolo sul tuo profumo e ti assaporo Ricambi il favore e mi turbi Vuoi che ti accolga e ti accolgo Vuoi afferrarmi e mi afferri Il tempo scandisce i movimenti Della coperta stesa su di noi Di respiri irregolari e torsioni suadenti E ci addormentiamo tra i tuoi peli del petto Mentre l’alba lontana ci chiamerà E io ti domanderò, ti pregherò Di concedermi il privilegio
Luce rossa

lunedì, 19 marzo 2007
Parliamo, scherziamo, sa mettermi a mio agio, io riesco a essere meno stronza del solito e gli do una possibilità di riuscita. Ogni tanto lancio sguardi indiscreti per rimirare il suo viso bello. Ogni tanto lui lancia sguardi indiscreti per fissarmi con gli occhi scuri e profondi. Una volta ci osserviamo nello stesso istante e scoppiamo a ridere. Si sta facendo tardi, ma non voglio tornare a casa, non da sola. Vorrei passare la notte con lui, ma la coscienza mi dice di non affrettare i tempi. Ci pensa il mio cavaliere a spazzare ogni indecisione. <Sarà meglio avviarci alla metro, che ne dici?> <A dire il vero, io vorrei tanto stare con te. Non andare a dormire, capisci?> <Ma se non vuoi io non insisto>, mette le mani avanti lui. <No, non è quello, io lo voglio tanto invece, anche se ho paura. Sai, da quando sono qui a Londra non ho…non ho….capito?> <Sì che ho capito. Senti, mia madre e mia sorella sono fuori qualche giorno, ti va di venire da me? Non insisto se non vuoi…> <Non lo so, sono indecisa, non ho neanche lo spazzolino!>, provo a scherzare, a stemperare il momento solenne e spaventoso. Lui mi trascina improvvisamente in una via laterale, c’è un piccolo shop diretto da indiani ancora aperto. <Scegli il tuo spazzolino!>, mi fa con un gran sorriso davanti ad uno scaffalino ricolmo di prodotti per l’igiene della bocca. E io scelgo. In metro, devo decidere quale direzione prendere. Da una parte c’è casa mia, il letto caldo e tra qualche ora Wonda che piomberà in camera al ritorno dal lavoro in strada per svegliarmi e chiedermi come è andata, dall’altra c’è lui, con le mani in tasca che aspetta una risposta. Mi rendo conto che dopo anni di brutte esperienze, fughe improvvise, iniezioni di fiducia e depressione, cazzi e cazzotti, ho ancora desiderio di credere che esista una chance per me, qualcuno da amare e dal quale essere amata per quella che sono. Gli lancio un’ultima occhiata, parto dalle scarpe scure, i jeans stretti, il pacco discretamente voluminoso, le mani nelle tasche, le spalle larghe e il viso sorridente e vagamente ansioso, gli occhi scuri e gentili e chiudo le palpebre. Male che vada avrò rimorsi, ma non rimpianti: ho deciso, lo prendo sottobraccio e lo guardo occhi negli occhi: <Sbrighiamoci dai, muoio dalla voglia di te!> Resta a bocca aperta, poi gli scappa una risata felice e si fa trascinare al ritmo dei miei tacchi attutiti dal pavimento di linoleum. In fondo al corridoio c’è già un treno che ci aspetta. Corriamo. Saliamo appena in tempo. Si chiude la porta. La metro parte. Noi siamo rimasti in piedi, con le mani che fanno presa allo stesso appiglio. Non c’è quasi nessuno, se non una figura indistinta seduta all’altro capo del vagone. Lui mi fissa intensamente e appoggia la mano sulla mia guancia. Prima che possa dire qualsiasi cosa ha stampato le labbra sulle mie. Inevitabilmente le apro e gusto il suo sapore.

giovedì, 15 marzo 2007
-quartotempo- Wolf è simpatico e conferma quanto promesso. E’ indiscutibilmente intrigante e attraente, con i suoi occhi neri, i capelli corti sottili e scuri, la carnagione chiara ma non slavata e un corpo flessuoso e definito. C’è qualcosa che non riesco a cogliere però e mi crea ansia. Cerco di appurarlo chiedendogli di lui. Mi rivela di aver perso il padre da qualche anno in un incidente d’auto, di vivere con la madre e la sorella in un appartamento piccolo ma dignitoso. La madre insegna alle suole primarie. Si mangia bene, io cerco di non ingozzarmi, mostrandomi educata più del necessario. Lui ogni tanto mi lancia occhiate eloquenti. Sembrerebbe desideroso di scoprire il mio segreto, quando per “segreto” intendo l’arnese da scasso che ho in mezzo alle gambe, ma è bene capire e appurare, ne ho avute di brutte esperienze e non canto vittoria dopo una semplice, complice occhiata. In questi casi meglio andare subito al sodo e mostrarsi non troppo ingenua: <Senti Wolf, scusa la franchezza, ma tu inviti spesso le trans a uscire?> Lui mi guarda sgranando gli occhi profondi, smette di masticare, poi guarda nel piatto e inghiotte. Prende il tovagliolo, si pulisce le labbra, lo posa e torna su di me. <Io sono molto attratto dalle persone transgender, ho avuto una ragazza che aveva da poco completato il percorso qualche anno fa, ma sono stato anche con ragazze nate femmina, se è questo che vuoi sapere…> <Sì, beh, sai, se Alan ti ha raccontato qualcosa di me, sai anche che sono prudente e pure un po’ stronza…> <Non sei stronza, sei attenta a te stessa e questo è un bene. Rischi di essere più vulnerabile degli altri, è giusto che ti tuteli> <Sì, ne ho passate abbastanza…> <Io non ho intenzione di approfittare di te, su questo puoi stare tranquilla…> Sorrido, ma la spiegazione di Wolf non è sufficiente. Torno all’attacco: <Tu sai che là sotto – e con gli occhi indico inequivocabilmente il mio pisello – ho i genitali maschili, vero?> <Ascolta Seria, io non so se io e te siamo fatti l’uno per l’altra, ma se mi rendo conto che posso innamorarmi di te, tu mi piaci per come sei, con tutto quello che hai là sotto, capito?> <Questo vuol dire semplicemente che io sono attratto dalle persone e non da quello che hanno sotto i vestiti> Bella risposta lo ammetto, ora basta però. Caccio suor orsolina bigotta dentro di me, in fondo all’animo, tra le pieghe della coscienza, mi mostro serena e riprendo a mangiare di sana lena. Anzi no, non ingozziamoci che fa tanto scostumato.

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life, storie, incontri
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martedì, 13 marzo 2007
-terzotempo- Un aperitivo in un locale tranquillo, fuori mano. Buon inizio Wolf! Usciamo dal sexy shop senza parlare, quando siamo fuori lui mi dice che ha organizzato la serata e se per me va bene. <Scherzi? Benissimo!>. Troppa enfasi Seria, non fargli capire che sei stracotta alla seconda volta che lo vedi. Ok, suor orsolina bigotta…mi rispondo, da brava psicopatica. Lui sorride, ma sembra distante, che sia deluso della ragazza che si è trovato davanti? Arriviamo nel locale, ci sediamo e ordiniamo da bere. Lui mi guarda intensamente con gli occhioni profondi e scuri che si ritrova. Io mi sento imbarazzata come una verginella al primo appuntamento. Stranamente è lui che rompe il ghiaccio. <Sì, da qualche mese. Una sera mi ha raccontato di te, della tua vita e mi hai colpito. Così sono venuto al negozio per vedere com’eri…> <Beh, se ti ho chiesto di uscire direi che la risposta è affermativa, no?> <Già. Così tu sai di me, ma io non so nulla di te!> <Chiedi>, fa lui e io scorgo un sorriso generoso e insospettabile. Non è il cavaliere solitario che pensavo, non con me, per lo meno. <Dunque, cosa fai nella vita, quanti anni hai, dove vivi. Possiamo inziare da qui>. <Manca una luce in faccia per fare il terzo grado Seria…comunque, iniziamo…>, e parte con le risposte. Scopro così che ha 35 anni, ma non li dimostra, lavora in un albergo dove fa il portiere, ma aspira a salire di grado, e vive in un sobborgo, neanche troppo lontano da Hampstead, dove viviamo io e Wonda. Si chiacchiera del più e del meno: come mi trovo nel sexy shop, come mi tratta Alan e come mi trovo con Wonda. Ci perlustriamo con le parole e con gli occhi, senza voler affondare il colpo e chiedere cosa ci facciamo qui, uno sconosciuto e una transessuale dalla vita movimentata, seduti come due adolescenti alla prima cotta. Wolf guarda l’ora. Al ristorante ci aspettano, sentenzia, e ci dirigiamo a piedi verso un ristorantino tipico carino e fuori mano. <Ci vengo spesso con i miei amici…>, afferma lui. Ragazze, sospetto io… o ragazzi? Questo devo ancora chiarirlo.

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domenica, 11 marzo 2007
-secondotempo-
Sono truccata, indosso una minigonna e un toppino cui sistemerò una giacca di pelle quando lui sarà qui per portarmi via dal sexy shop in cui lavoro e condurmi all'amore. Incasso i soldi dei clienti che acquistano dvd porno, riviste e giocattoli erotici con lo sguardo che va' oltre e si perde nel ricordo degli occhi scuri e profondi di Wolf. Mi sto intristendo da sola, mi preparo al colpo che riceverò quando sarò costretta a tornare a casa in metro e Wonda mi ricorderà che per noi non esiste amore che non preveda un corrispettivo in denaro. Alzo gli occhi dal monitor che mostra una coppia di lesbiche alle prese con un dildo gigante a forma di pugno e guardo un paio di gambe slanciate e muscolose far capolino dall’aurea di luce serale che proietta il giorno scemante dalle finestre del piano di sopra. Sono sicura che è lui, è una sensazione fortissima e immediata. E infatti il viso accigliato che spunta fuori è proprio quello del mio cavaliere solitario. Si accorge di me, e il suo occhio destro, lesto, si chiude in un ammiccamento cameratesco e sdolcinato. Accenna un sorriso che spegne subito dandosi un’occhiata intorno prima di venire a salutarmi. <Eccomi. Come va?> <Ciao – dico io, puttana e ingenua al tempo stesso – cinque minuti appena e possiamo andare, ok?> <Perfetto, faccio un giretto, quando sei libera chiamami> <Contaci – sorrido io, mentre ticchetto sulla cassa il prezzo in sterline del dildo acquistato dalle due lesbiche che non guardo neppure in faccia>. Mi sento sollevata, mi do della stupida per aver dubitato di lui. Si capisce che è un ragazzo serio e mi vuole davvero. Si legge negli occhi. Lo scruto mentre, occhi sgranati, guarda l’assortimento di dildo che esponiamo bellamente su uno scaffale a destra. Sarà stupito da dimensione troppo ampie che non gli appartengono o si sentirà rinfrancato come uomo chiedendosi come hanno fatto a prendere le SUE di misure falliche? Mi auguro di scoprirlo quanto prima, ma la mia coscienza da orsolina bigotta affiora per ricordarmi che non so nulla di lui se non il nome: insomma, Seria, il fatto che Wolf sia qui non significa che è l’uomo della tua vita. Può sempre essere l’ennesimo profittatore, un espiantareni da contrabbando, un trafficante di protesi di silicone, un rapinatrans, un… boh… non esaltiamoci comunque, vediamo che ha in serbo per la prima uscita a due e poi tiriamo le somme. Ok? Ok, coscienza orsolina bigotta… non mi esalto e me la tirerò pure un po’, va bene così? Benissimo, risponde la mia nemesi con tanto di velo bianconero sulla testa. Si avvicina BrufoloBill che mi fa un cenno, ricordandomi che le 7 sono scattate ed è ora che mi levi dai piedi, lasciandolo alle prese con un venerdì sera popolato di anime erotiche notturne. Io faccio un salto nello stanzino riservato a noi dipendenti, mi infilo il giubbotto di pelle, tiro fuori dalla borsa il mio profumo preferito del quale mi bagno leggermente le orecchie e i polsi e poi do un’ultima controllata al tutto. Sono pronta. Esco e lo cerco con lo sguardo. Prima che potessi raggiungerlo lui si volta, come richiamato dalla mia presenza, mi sorride e viene verso di me. <Perfetto. Andiamo…> <Sì…>, faccio io in un soffio di voce e lo seguo su per le scale, non dimenticando un’occhiata fugace ma al suo splendido culetto sodo. Inizia la serata: Wolf, non deludermi!
Alle 6 e 45 arriva il mio giovane collega brufoloso. Faccia slavata e capelli stopposi: che brutto esemplare di inglese che è! Butta lì qualche battuta in accento stretto che fingo di capire sorridendo. La mia faccia è puntata però sulla scalinata dal quale scendono i clienti e che dovrebbe portarmi il mio bel cavaliere. Guardo l’orologio ogni minuto, stupendomi del fatto che il tempo scorra con tanta lentezza. Ma dove cazzo è finito quell’esemplare stupendo di maschio? Vuoi vedere che si è preso gioco di me? Magari si è pentito di avermi chiesto di uscire, forse ha trovato di meglio, una vera donna che lo soddisfi a dovere, che possa promettergli una famiglia che io non posso dare.

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pensieri, life, lavoro, incontri, sexy, erotica, rimembranze
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giovedì, 08 marzo 2007
-primotempo-
Wolf (nome di fantasia attribuito da me vista la sua natura solitaria) è un frequentatore atipico del sexyshop in cui lavoro di notte. Vestito di nero, sempre solo, sguardo magnetico e malinconico, caruccio e anche fisicamente ben messo è di quelli che sembrano capitati lì per caso, alla ricerca di qualcosa di preciso che non riescono a trovare.
La prima volta che l'ho visto ho pensato avesse sbagliato locale, forse stava cercando il pub due metri più in là, ma poi è tornato più volte, una media di tre sere a settimana per un totale di sei volte. Non ci avevo mai scambiato parola, io, commessa intenta a far pagare ai laidi mascalzoncelli che acquistano furberie erotiche o ad accertarmi che nessuno si freghi il prezioso materiale, a guidare nell'angusto corridoio gli animali da cineporno. Ma Wolf mi ha da subito attratto, scuotendo gli ormoni femminili che ho in circolo da tanto tempo.
L'altra sera ha atteso un momento in cui non ci fosse nessun cliente per avvicinarsi alla cassa. Nel mio cervellino sono volati diecimila pensieri contrastanti: "vorrà pagare qualcosa?", "è un ladro?", "è un maniaco?", "un profittatore di donzelle?" (in quest'ultima confesso, da vecchia sporcacciona, che ho sperato un bel po').
Si è piazzato davanti a me, mi ha guardato qualche secondo con due begli occhi magnetici, poi in inglese perfetto, ma con voce profonda e chiara e senza inflessione:
<posso chiederti una cosa?>
<Ma certo...>, faccio io in un sussurro di voce sempre troppo maschia.
<Ti ho notata fin dalla prima volta che sono entrato qui per caso...>
<Sì....>, voce sempre più sussurrata. Seria, cazzo, scuotiti, sei sempre un uomo in mezzo alle gambe, caccia fuori quegli attributi!
<Mi piacerebbe uscire con te>, afferma lui, espressione impassibile e voce sicura. Frasi dirette come adoro in un uomo che sa quel che vuole. Io cerco di riprendere il controllo, non è possibile che questo maschione mi voglia, forse non ha capito che non sono una donzelletta versione automatica, ho il cambio manuale io, è meglio indagare un po'...
<Ma tu non sai nulla di me...>
<E' un problema?>
<Magari lo è per te... vedi, io non sono propriamente quel che si dice una 'ragazza perfetta'>, sorrido come una scema. Seria, togliti quel sorriso ebete dalla faccia!
<So come sei, ho preso le mie informazioni. E ho ancora più voglia di uscire con te>
Ossignore, è un sogno, un'allucinazione?
<E cosa suggerisci?>
<C'è un sera in cui sei libera?>
<Venerdì lavoro qui di pomeriggio e finisco alle sette...>
<Allora ti vengo a prendere. Penso a tutto io>
<Ma io non so neanche come ti chiami!>
<Wolf, io sono Wolf. Tu invece sei Seria, giusto?>
<Come lo sai?>, ecco, questo è un maniaco, era troppo bello per essere vero. Si è sputtanato dopo manco due minuti il pollo...
<In queste serate passate qui ho sentito un mucchio di cose. So che ti chiami Seria e ho capito che sei speciale> ... i puntini di sospensione li metto io, lui non ha alluso a nulla, ha capito e basta.
<Ah - resto a bocca aperta, affascinata e cogliona - e quindi, io ti interesso?>
<Sì. A venerdì allora. Ciao>.
Ed esce così, accennando un sorriso, con quel bel paio di pezzi di carbon fossile al posto degli occhi che mi puntano diritto al cuore. Io, cretina cui bastano due complimenti per farmi calare le braghe, l'ho seguito con lo sguardo, ho dato un bell'8 al culetto sodo che mi ha mostrato e ho pregato fino all'ultimo che non fosse un pio sogno dal quale svegliarmi tutta bagnata.

martedì, 27 febbraio 2007
Magro, alto, naso aquilino, occhi azzurri sfuggenti: quello è un masochista
Ciccione, laido, e puzzolente: etero bondage amante delle lolite
Cappello da cowboy, ciglia perfette, muscoletti: gay
Capelli corti, jeans, camicia larga: lesbica
Stereotipi, certo, ma qui nel sexyshop ci sono alcuni luoghi comuni davvero efficaci. Al di là dei curiosi che capitano qui dentro più per farsi una risata con gli amici che per acquistare sul serio, molti topos sono veri. C'è tanta solitudine nelle persone che capitano di qui e io mi identifico in ognuno di loro. Sono come loro.

Questa non sono io... purtroppo!
mercoledì, 21 febbraio 2007
Cara Seria,
mi chiamo Claudio e non so neppure perchè mi trovo a scrivere a te, forse perchè mi ha coinvolto la tua storia, il coraggio con il quale hai affrontato la vita, fatto sta che avevo una gran voglia di parlarti di me e ora ti invio questa mail. Io ho 25 anni, e sei mesi fa mi ha lasciato la ragazza con la quale stavo da sette. Ci siamo messi insieme in quarta con la Stefania e siamo stati inseparabili per tutto il periodo dell'università, fino a quando lei si è laureata prima di me e ha trovato subito lavoro.
Mi ha mollato per il suo principale, di dieci anni più vecchio di noi e pieno di soldi. "Sai Claudio, io ormai di vedo come un fratello minore, lui invece è un uomo", ha detto lei trattandomi come un coglione. Da allora ho smesso di studiare e passo le serate a bere con gli amici, un giro losco di gente drogata e dedica a traffici strani. Mi ci sono avvicinato tramite studenti amici e così ho cominciato a sbronzarmi tutte le sere e mescolarei insieme pasticche e altra roba. Passo il mio tempo sballato e di fare gli ultimi tre esami per diventare ingegnere non se ne parla proprio, per adesso. Mi fa troppo male il cuore e l'orgoglio brucia. Mi ha trattato da merda ed è meglio non persare troppo.
Ma perchè ti sto raccontando queste cose? Tu puoi davvero capirmi senza giudicarmi?
Claudio
Io non ti condanno, ma non ti assolvo. La tua Stefania è stata una stronza, ne convengo, ma capita (è una storia vecchia come il mondo) che due ragazzi che crescono insieme ad un certo punto si allontanano. E' stata lei a rompere il filo che vi teneva uniti, d'accordo, ma tu davvero non ti eri accorto che le cose tra voi non andavano più bene? Io non ho una gran esperienza di storie "convenzionali", sono sempre stata ai margini della vita, come ogni buon transessuale deve fare, ma non posso fare a meno di guardare con severità la tua scelta di buttarti via. Capisco lo smarrimento, il dolore dei primi momento, ma gliela dai vinta se ti riduci ad una larva per una persona che intanto si gode la vita.
Prova a chiederti se tu non hai dato per scontata la sua presenza, considerando lei un punto fisso della tua vita e poi magari giudica. Se puoi, non farlo, visto che vuoi che per te venga riservato lo stesso trattamento. Io sono l'ultima che può parlare di amore: ma l'amore deve essere innanzitutto rivolto a noi stessi e poi può aprirsi verso l'alterità. Un abbraccio.

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17:35
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lettere, storie, dolore
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mercoledì, 14 febbraio 2007
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11:07
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poesia, life, dolore
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lunedì, 05 febbraio 2007
La tenda rossa cela uno stretto corridio che si apre su una piccola hall. Un omino del quale non ho ancora capito il nome si nasconde dentro una cabina per raccogliere i soldi. Donato l'obolo si oltrepassa la soglia, una pesante tenda che rivela una piccola sala cinematografica porno.
Senza soluzione di continuità, per tutta la notte, a seconda dei giorni si proiettano film pornografici omosessuali o eterosessuali. All'ingresso del corridio ogni sera compare un cartello che annuncia la tipologia dei film.
Ovviamente i cinefili appassionati di tale arte sono molto più interessati a consumare frettolosi e riservati rapporti sessuali. In caso di film etero la solitudine impone che una mano faccia tutto il lavoro, i film gay prospettano invece contorsioni più conturbanti.
Non è raro che dal pornocineshop in cui lavoro si entri solo e si esca in due.

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sesso, incontri, gay , sexy, porno, erotica, sesso al buio
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martedì, 30 gennaio 2007
Alan voleva qualcuno trasgressivo, capace di attrarre il giusto tipo di persone nel suo negozio. Quando mi ha visto e ha parlato con me ha capito che potevo essere perfetta per lui. Il suo negozio non è troppo grande, relegato, come molti qui a Londra, in fondo ad una scala. Una scritta al neon lampeggia “sexy shop” e una freccia luminosa invita a scendere i gradini per trovarsi nel regno incontrastato della perversione. Io lavoro qui, sono Caronte in questo antro infernale. Faccio orario notturno, in pratica arrivo dopo cena, verso le otto e sostituisco Henry, ventenne brufoloso quanto incolore, che spesso resta qualche ora a farmi compagnia e provarci velatamente. Nei momenti di quiete sistemo i dvd delle varie sezioni erotiche, che vanno dagli eteroconvenzionali ai gay fetish sadomasochisti con estrema noncuranza. Metto a posto gli oggetti del piacere che spesso non vengono riposti nei rispettivi scaffali oppure resto in cassa, in attesa di battere (non come intendete voi, cattivelli) lo scontrino e infilare gli sconvenienti acquisti in una busta anonima. Ho anche un pc a disposizione e la connessione internet, così che posso dare un'occhiata al blog senza dover spendere un patrimonio negli internet point. Il mio sexyshop nasconde un segreto: Alan me ne ha parlato con una punta di orgoglio e malcelata avidità negli occhi; da queste parti il negozio per il quale lavoro è gettonato, pur non trovandosi in una posizione felicissima, perché la gente è attirata da quello che comprometterebbe il suo buon nome se arrivasse alla luce del sole. E' l'oscurità, le immagini in sequenza, poltrone rosse e un silenzio rovinato dai sospiri che svelano una realtà di istinti che conosco fin troppo bene. Ne parlerò con calma, intanto alzo gli occhi dal pc e osservo quei due omosessuali con il cappello da cowboy che stanno scegliendo un porno con il quale spassarsela insieme, una ragazza grassa che guarda il monitor all’angolo che mostra un cazzone succhiato, un tipetto calvo che viene verso di me con la scatola di un dildo enorme in mano e poi, con la coda dell'occhio scruto un uomo che si infila dietro una tenda rossa e percorre un angusto corridoio.

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lavoro, sesso, gay , dvd , sexy, porno, erotica, rinascere
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martedì, 23 gennaio 2007
W:<Seria, davvero non capisco perchè non vuoi incontrare Alan...>
S:<Perchè tutti i contatti che mi hai procurato tu si sono rivelati un fallimento, Wonda!>
W:<Ma Gordon e Jack sono miei ottimi amici!!!>
S:<Ehm...Wonda, credo sia quello il problema...>
W:<Alan è diverso, Seria, te lo giurooooooo, possa morire uomo se non è così!>
S:<Se arrivi a giurare deve essere davvero un uomo meraviglioso questo Alan...>
W:<Infatti, mi ha sempre pagata puntualmente!>
S:<Annamo bene.... ma sicuro che può e vuole offrirmi un lavoro pulito?>
W:<Se per pulito intendi che non fai la zoccola allora sì, sono stata chiarissima con lui: "Seria non vuole battere più!">
S:<Va bene...dove lo posso trovare questo Alan?>
W:<Ehm...veramente l'ho invitato a cena da noi stasera....>
S: <.......>
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17:31
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life, lavoro
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D e s c r i p t i o n
Io sono così: transitoria e transgender, talentuosa e tarata, brillante e sboccata.
A
b o u t M e
![]()
Nome: Seria Loves
Io non sono una ragazza. Ma neppure un uomo. Non come intendete voi, per lo meno.
Basta finzioni, basta paure, io sono qui con un sorriso finto e un pisello vero.
N e w s
Lo so, sparirò in un collage colorato di stelle
C l o c k & C a l e n d a r
C o u n t e r
da queste parti *loading* cuori pulsantiD i n o t t e s p e c i a l m e n t e
D r e a m s
Prendi il mio cuore e regolalo con il ritmo del tuo
C a t e g o r i e s
bellavita
dolore
dvd
erotica
gay
incontri
lavoro
lettere
life
liric
love
pensieri
poesia
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rimembranze
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sesso
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M i A m a n o
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S t i c k e r s
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